L’arte entra nella sanità: in Italia 918 organizzazioni prescrivono cultura come terapia

L’arte entra nella sanità: in Italia 918 organizzazioni prescrivono cultura come terapia
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L’arte come strumento di cura entra sempre più spesso nei percorsi sanitari e sociali. In Italia sono migliaia le persone che, su indicazione di medici, psicologi o assistenti sociali, vengono indirizzate a partecipare ad attività artistiche e culturali nell’ambito della cosiddetta “prescrizione sociale”. Ma fino a oggi mancava una mappatura sistematica degli attori coinvolti.

A colmare questo vuoto è il CCW – Cultural Welfare Center, centro di competenza e ricerca che promuove lo sviluppo delle relazioni tra cultura e salute e l’integrazione delle attività artistiche nei sistemi di welfare, con particolare riferimento al modello della social prescribing. Con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, il CCW ha censito per la prima volta le realtà attive nel settore: sono 918 le organizzazioni operanti sul territorio nazionale.

“Questa indagine è uno strumento potenziale per le politiche nella fase in corso di ridisegno di ogni sistema. La prescrizione sociale, attuata con successo in altri Paesi, contribuisce a mettere a sistema risorse di prossimità – culturali, sociali, sportive – per migliorare la qualità della vita della popolazione, soprattutto la più vulnerabile, e, nel contempo, può alleggerire la pressione sui servizi sanitari – afferma Catterina Seia, Presidente del CCW – È un cambio di paradigma: significa riconoscere che la Salute richiede l’attivazione delle risorse presenti nella comunità”.

Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2019 ha documentato oltre 3.000 studi scientifici sui benefici delle attività artistiche sulla salute mentale, fisica e sociale. Il modello della Social Prescribing Network è oggi diffuso in più di 20 Paesi.

Nel confronto europeo, l’Italia mostra un patrimonio particolarmente ampio: le 918 organizzazioni censite superano le 675 rilevate nell’intera Unione Europea da una precedente indagine internazionale (Culture for Health), ma il settore nel nostro Paese resta ancora poco strutturato e sottofinanziato.

Una rete ampia ma disomogenea
Le 918 organizzazioni si dividono in 617 Unità di Prescrizione Sociale (UPS), che prevedono un percorso di invio strutturato, e 301 Unità di Welfare Culturale (UCW), che offrono attività artistiche e culturali a supporto della salute senza una prescrizione formale.

La distribuzione territoriale evidenzia forti squilibri: il Nord-Ovest concentra il 39% delle organizzazioni a fronte del 27% della popolazione, mentre il Sud e le Isole si fermano al 14%, pur rappresentando il 34% degli abitanti.

Diverso anche il modello di invio rispetto al sistema britannico, dove il riferimento principale è il medico di medicina generale. In Italia la rete è più frammentata: gli psicologi si fanno carico del 32% degli invii, seguiti da assistenti sociali e insegnanti (24% ciascuno) e pediatri (20%). Il medico di famiglia si ferma all’8%, non per disinteresse ma per l’assenza di strumenti integrati.

Buoni risultati, ma fragilità strutturali
I dati sui percorsi attivati sono incoraggianti: il 97% delle persone completa il programma prescritto e il 75% dichiara di aver raggiunto gli obiettivi di benessere. Tuttavia, emergono criticità strutturali: nel 40% dei casi i percorsi non prevedono alcun follow-up e solo il 24% delle organizzazioni è in grado di garantire continuità assistenziale.

I nodi del sistema
Secondo la ricerca, sono tre le principali fragilità che limitano lo sviluppo del settore: la scarsità di figure di collegamento (link worker), considerate essenziali dall’86% delle organizzazioni ma disponibili solo nel 24% dei casi; l’assenza di sistemi di monitoraggio e follow-up; la fragilità dei finanziamenti, con il 28% delle realtà prive di fondi strutturati e il 19% che trasferisce parte dei costi direttamente ai partecipanti, in contrasto con gli obiettivi di equità del modello.

Le proposte
Per rafforzare il sistema, la ricerca indica quattro direttrici di intervento: il riconoscimento formale delle organizzazioni di welfare culturale nei Piani di Zona e nei Piani Locali per la Salute; l’integrazione nelle Case della Comunità previste dal D.M. 77/2022, anche attraverso cataloghi digitali delle risorse culturali collegati ai sistemi sanitari; la definizione di un profilo professionale certificato per i link worker, con formazione dedicata nelle lauree sanitarie e culturali; e infine un sistema di finanziamento stabile basato su voucher regionali, fondi socio-sanitari e valorizzazione del volontariato come co-finanziamento.

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