Arruolare i pazienti per un trial clinico? Ora si fa online

21 aprile, 2016 nessun commento


Definire in modo appropriato il gruppo di persone da coinvolgere, realizzare un banner specifico per attirarle, farle arrivare su un sito internet attraverso il quale, con specifiche domande, si individuano delle determinate caratteristiche e infine mettere in contatto le persone scelte con i medici dei Centri selezionati per portare avanti la sperimentazione e il follow-up dei pazienti. È l’iter sviluppato da un’azienda di biotecnologie americana che si occupa principalmente di medicina riproduttiva e che ha portato a termine online l’arruolamento dei pazienti per il trial di fase 2 RESPONSE, la sperimentazione di un nuovo farmaco per le donne che hanno avuto tre o più aborti spontanei.

Nonostante il continuo bisogno di soluzioni terapeutiche ad hoc, le agenzie regolatorie americana ed europea non hanno mai approvato farmaci per gli aborti spontanei ripetuti, apparentemente senza causa. È così che la Nora Therapeutics ha deciso di sviluppare un farmaco, ma “Con pochi precedenti da analizzare tra sperimentazioni cliniche in questo campo – ha raccontato a un media americano Sandra Shpilberg, vice presidente e responsabile del marketing strategico della Nora Therapeutics – i nostri esperti si sono messi a lavoro per cercare i Centri migliori da coinvolgere. Eppure – ha spiegato – rischiavamo di perdere altro tempo e denaro per terminare l’arruolamento. È stato così che abbiamo pensato al web, il primo sistema al quale la donna ormai si rivolge per avere informazioni”.

L’azienda americana, allora, ha cominciato a sviluppare una strategia per l’arruolamento online dei pazienti. E gli strumenti più adatti si sono rivelati le campagne tramite Facebook e Google Adwords. “Abbiamo cominciato selezionando una popolazione ben definita di donne, quelle che avevano già mostrato un interesse sull’argomento ‘aborto’, per esempio unendosi a gruppi Facebook che trattavano il problema – ha spiegato Shpilberg –. Abbiamo poi allargato questo gruppo iniziale con persone che potevano comunque essere interessate alla cosa, utilizzando lo strumento Audience Insights di Facebook”.

Una volta individuato il gruppo di persone a cui rivolgere l’invito a prendere parte al trial clinico, l’azienda ha sviluppato un banner che ha poi sottoposto, per l’approvazione, al Comitato Etico. Il linguaggio utilizzato è stato volutamente impostato per non promuovere il farmaco che sarebbe stato oggetto della sperimentazione, in modo da rendere il più efficace possibile il banner, al fine dell’arruolamento proprio di chi aveva subito almeno tre aborti.

Cliccando, poi, sul pulsante ‘learn more’ del banner, l’azienda è riuscita ad avere informazioni su quando, dove e come le persone mostravano un interesse per l’annuncio. Da una prima analisi, per esempio, gli esperti hanno evidenziato che l’80% dei click arrivava da cellulare, per cui i tecnici hanno proceduto all’ottimizzazione del sito affinché fosse fruibile anche da smartphone.

Inizialmente – ha proseguito Shpilberg – abbiamo individuato due domande chiave per capire se le persone rientravano nei criteri scelti per la partecipazione al trial. Successivamente, dopo che molte donne facevano notare che non riusciva ad essere ben definito il loro profilo, a queste domande ne sono state aggiunte altre due”. Un metodo di lavoro che ha permesso all’azienda di risparmiare molte ore di lavoro, che sarebbero state sprecate coinvolgendo persone che non avrebbero comunque potuto entrare nella sperimentazione.

A questo punto, le donne interessate e individuate sono state messe in contatto con i Centri prescelti e i medici hanno proseguito con la fase della somministrazione del farmaco, continuando ad assicurare la totale privacy alle partecipanti. “Lo sforzo che abbiamo fatto – ha sottolineato Shpilberg – ci ha permesso di risparmiare sei mesi. Inoltre, il lavoro ci ha permesso di intercettare le pazienti nel loro quotidiano, donne che dovranno recarsi presso il Centro solo per 20 minuti, una volta l’anno”.

Strumenti innovativi, come Apple’s ResearchKit, possono aiutare in questo senso. Si tratta di una App – ha concluso -che facilita anche chi prende parte alla sperimentazione, dal momento che una persona deve normalmente arrivare al Centro per la raccolta dei dati, ma da un iPhone, per esempio, può firmare il consenso informato e inviare dati da qualsiasi parte”.

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