Nei contesti di ematologia complessa, i dati di laboratorio assumono un ruolo sempre più strategico nel supportare il processo decisionale clinico. È quanto emerge dal contributo scientifico presentato da Giovanni Riva, Diagnostica Ematologica, Dipartimento di Medicina di Laboratorio e Anatomia Patologica dell’AUSL/AOU di Modena, in occasione del congresso internazionale ISLH 2026 (International Society for Laboratory Hematology), che si è tenuto a Edimburgo dal 17 al 19 aprile.
Nel suo intervento, il dottor Riva ha evidenziato come un parametro avanzato dell’emocromo, l’MDW (Monocyte Distribution Width), possa offrire informazioni clinicamente rilevanti per la gestione del paziente ematologico, in particolare nei setting ad alta complessità assistenziale.
Le variazioni dell’MDW – secondo quanto esposto al Congresso ISLH 2026 – mostrano una coerenza biologica con lo stato di attivazione immunitaria, consentendo così una lettura più integrata del profilo ematologico del paziente.
“Il risultato principale del nostro contributo è la dimostrazione che l’MDW può arricchire l’interpretazione dell’emocromo, fornendo al clinico un’informazione aggiuntiva sullo stato biologico del paziente”, spiega Giovanni Riva, “Questo aspetto è particolarmente rilevante nei contesti di ematologia complessa, dove la lettura integrata dei dati di laboratorio è fondamentale”.
Cos’è l’MDW e perché è importante
L’MDW è un parametro dell’emocromo che descrive la variabilità dimensionale dei monociti e riflette i cambiamenti morfologici associati all’attivazione del sistema immunitario. A differenza dei parametri tradizionali, basati prevalentemente sul conteggio cellulare, introduce una dimensione qualitativa utile a supportare l’interpretazione clinica.
“In strutture ospedaliere ad alta complessità, il clinico non ha bisogno solo di valori numerici, ma di informazioni che aiutino a interpretare in modo più completo la condizione del paziente”, sottolinea Riva. “L’MDW consente di leggere l’emocromo in modo più evoluto, favorendo una valutazione clinica più informata”.
Negli anni, diversi studi hanno ampliato il significato clinico dell’MDW, evidenziando come il parametro non sia utile solo per l’identificazione precoce della sepsi, ma risulti associato anche a sindromi infiammatorie non settiche, espressione di uno stato generale di attivazione immunitaria.
L’MDW nei pazienti ematologici in trattamento con terapie immunologiche
I dati preliminari presentati a ISLH 2026 estendono questo concetto ai pazienti ematologici trattati con terapie immunologiche avanzate, come CAR-T cells e BiTE, che possono sviluppare Cytokine Release Syndrome (CRS), una condizione caratterizzata da marcata attivazione immunitaria sistemica.
“Queste osservazioni rafforzano il ruolo dell’MDW come parametro trasversale di attivazione immunitaria”, sottolinea il dottor Riva, “Non si tratta di un marker diagnostico autonomo, ma di uno strumento di supporto che può affiancare gli altri parametri ematologici e aiutare il clinico a contestualizzare meglio il profilo del paziente”.
L’MDW negli esami di laboratorio
L’MDW è già disponibile come parte dell’emocromo di routine e non richiede modifiche dei flussi di lavoro, né l’introduzione di nuovi test.
“Valorizzare i parametri già presenti nell’emocromo significa permettere al laboratorio di aumentare il proprio contributo clinico senza aggiungere complessità», conclude Giovanni Riva, “È un esempio concreto di come l’ematologia di laboratorio possa supportare in modo sempre più attivo la gestione dei pazienti complessi”.