Ricerca farmaceutica: Big Pharma preferisce il “semilavorato”

27 giugno, 2016 nessun commento


In questi ultimi tempi, le più importanti case farmaceutiche non piantano semi, ma acquistano piantine. Questa è la metafora che ben sintetizza l’ultimo report di EP Vantage, che fa il punto sull’andamento del mercato internazionale e sui trend che lo regolano. Le multinazionali si affidano – con sempre maggiore convinzione – a una politica dell’acquisto del “semilavorato” piuttosto che all’implementazione di progetti di ricerca e sviluppo interni.

Big Pharma guarda con sempre maggiore frequenza al di fuori delle proprie mura. Autorizzazioni per commercializzare farmaci di altri produttori, acquisizioni da miliardi di dollari o collaborazioni con piccole aziende di biotech con grandi idee; sono queste le politiche che danno volume alle vendite delle grandi aziende. E sono sempre meno i prodotti domestici che dalle fasi iniziali della ricerca arrivano alla commercializzazione.

Qualche esempio
Secondo le stime di EP Vantage, per Allergan il fatturato delle vendite frutto dei progetti sviluppati internamente rappresenta solo il 7% del totale. Roche si attesta ad appena un punto percentuale sopra:8%.

Per Roche, la spiegazione è ovvia: i farmaci dell’azienda che vendono di più sono prodotti Genentech – i farmaci antitumorali Rituxan, Avastin e Herceptin – che Roche ha acquisito nel 2009,  quando è entrata in possesso delle quote dell’azienda californiana di biotech. Nel 2010, secondo EP Vantage, la quota delle vendite interne di Roche era del 17%.

AbbVie ha una storia simile. Il suo farmaco di gran lunga più venduto è Humira che, come osserva EP Vantage, è arrivato nel portfolio dell’azienda tramite un’acquisizione dei prodotti farmaceutici di BASF. Inoltre, lo scorso anno AbbVie, con l’acquisizione di Pharmacyclics per 21 miliardi di dollari, ha arricchito il proprio portfolio con farmaco il blockbuster emergente Imbruvica.

Allergan, negli ultimi tempi, si è distinta per accordi di fusioni e acquisizioni:  Actavis, Watson Laboratories, Warner Chilcott, Forest Labs.

A differenza delle altre due Big Pharma, Allergan ricavava il 39% delle vendite dai prodotti sviluppati internamente: una percentuale che è costantemente calata a partire dal 2013.

Problema o risorsa?
Anche le aziende con pipeline interne più ricche hanno subito ripercussioni. Nel 2010, Novartis ricavava  il 79%  del fatturato dalle vendite dei prodotti sviluppati in prima persona, rispetto al 60% dello scorso anno. Il 69% di AstraZeneca nel 2010 è sceso al 59% nel 2015. Anche le vendite di GlaxoSmitKline sono calate dal 69% al 55%.

Tutte e tre le aziende hanno registrato flessioni dalle vendite di farmaci il cui brevetto stava per scadere e tutte hanno riferito che nel 2015 le vendite erano state inferiori a quelle del 2010. Nel frattempo, sulla scia di Humira, le vendite dei prodotti AbbVie sono cresciute costantemente dal 2012, quando l’azienda è nata come spinoff di Abbott Laboratories, e anche i tre farmaci contro il cancro di Roche hanno fatto registrare migliori performance di vendita in quel periodo.

In ultima analisi, si sta affermando il principio generale che un prodotto blockbuster preso da un’azienda più piccola – e acquisito tramite trial di fase avanzata – sia più gestibile di un eventuale flop interno.

 

 

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