Perrino (Medtronic), Milano sarà la capitale europea del Digital Health. Il digital deve puntare a migliorare gli esiti

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Barese, Michele Perrino ha vissuto una vita professionale fra Italia, Stati Uniti e Paesi emergenti. Oggi non solo è il presidente e amministratore delegato di Medtronic Italia, ma da novembre scorso anche responsabile del business strategico cardiovascolare per Western Europe, oltre a rappresentare uno dei guru del MedTech più influenti a livello internazionale.

 

Come è iniziata la sua esperienza nel MedTech?

“Sono entrato nel settore MedTech 25 anni fa ormai partendo da Johnson & Johnson. Mi ritengo molto fortunato per aver subito incontrato un’azienda dal grande purpose ed essere stato coinvolto nella mia carriera in terapie e tecnologie con forte impatto sulla vita dei pazienti. Tutto ciò mi ha fatto innamorare e vivere pienamente il senso di questo settore. Dopo circa nove anni in J&J ho lasciato l’Italia e sono andato all’estero per un decennio circa. Ho vissuto alcuni anni in Belgio, uno dei miei figli è nato lì, altri viaggiando tra Stati Uniti, Asia ed Africa.

 

Negli Usa c’era molto fermento in quegli anni nel MedTech…

“Ho avuto la fortuna di contribuire alla creazione di una società che si chiamava Volcano, una delle storie “unicorno” più rilevanti nel mercato del cardiovascolare dell’ultimo ventennio. Creata da zero, dopo circa 10 anni è stata acquisita per più di un miliardo di dollari da Philips Healthcare. Una incredibile storia di innovazione tecnologica nell’area dell’imaging intravascolare e delle misurazioni funzionali cardiologiche e periferiche. Ero responsabile di tutti i mercati fuori dagli Stati Uniti, ruolo che ho conservato durante la transizione di circa un anno in Philips. Poi, un periodo a Sunnyvale in California e nel 2016 il ritorno in Europa con l’ingresso in Medtronic. Qui ho la responsabilità commerciale dell’Italia e, dallo scorso novembre, mi è anche stata affidata quella del Business Strategico Cardiovascolare per Western Europe. Un business, quello del cardiovascolare, che per Medtronic rappresenta il 40% circa del fatturato mondiale”.

 

Prima di parlare di Medtronic mi piacerebbe sapere come vede il settore Medtech nel suo complesso?

“In questi anni ho avuto la possibilità di ricoprire diversi ruoli in MedTech Europe, associazione europea delle tecnologie medicali, sia come chairman del settore cardiovascolare sia del suo International Affairs  Committee, oltre a far parte del Board direttivo per diversi anni. Nel mio piccolo ho contribuito alla storia di questo comparto industriale che fino a pochi anni fa era poco conosciuto, ma che anno dopo anno sta aumentando il suo livello di visibilità e il suo contributo industriale. Va detto che, purtroppo, non è ancora molto ben chiara al pubblico generale la distinzione fra cosa è un dispositivo medico e cosa no. Anche se ritengo che la trasformazione digitale e tecnologica contribuirà al superamento di tali definizioni di silos a favore di un’industria che necessariamente dovrà contaminarsi, puntando all’integrazione di prodotti, servizi e soluzioni per un obiettivo di salute. Ciò richiederà molta più orizzontalità che verticalità.

 

Parliamo di futuro. In Medtronic che visione avete del futuro della sanità e del Medtech in particolare?

“Ho scelto Medtronic perché condivido pienamente la sua visione di leadership nella trasformazione del sistema salute, processo in cui l’azienda è impegnata da circa 15 anni. Devo dire che Omar Ishrak, il Global CEO in carica fino allo scorso aprile, ed ora Geoff Marta, rappresentano i primi testimonial di tale idea del futuro, nonché della missione fondativa aziendale. Si vedono sin d’ora chiari nel mercato i segnali di una “consumerizzazione” del sistema salute.

 

Questo cosa vuol dire?

Stiamo osservando una vera evoluzione del concetto di salute che veda sempre più al centro un individuo, non necessariamente malato, e le sue interazioni con gli esseri e l’ambiente circostanti. E questa pandemia ne è una tragica prova. L’esito clinico di un paziente cronico lo si genera lungo l’intero suo viaggio di salute, che a volte impiega quasi un’intera vita. Inoltre, lo stato di benessere di ciascun individuo dipende da fattori esogeni che dobbiamo poter individuare per tempo e governare. Questa riflessione Medtronic l’ha iniziata 10 anni fa immaginando, grazie a Omar Ishrak, un’evoluzione del suo posizionamento e della sua offerta che non fossero necessariamente legati all’utilizzo di un dispositivo medico, in un momento di salute acuto, ma che la veda l’azienda sempre più partecipe con tecnologie, servizi e soluzioni nella generazione di esiti clinici migliorativi lungo l’intero journey clinico. E qui si introduce un ulteriore step trasformativo. Un concetto di impresa che si allea, che crea partnership, che si unisce ad altri per soddisfare un bisogno di salute molto più ampio di quello che da sola Medtronic potrebbe generare. Io la penso così e sono arrivato in Medtronic perché credo in questo.

 

Cosa ha fatto Medtronic per avvicinarsi a questo modello?

Medtronic ha lavorato negli ultimi quindici anni su questo modello. Sono state fatte acquisizioni, abbiamo cambiato l’organizzazione aziendale interna,  le priorità di lavoro, il nostro go-to-market e soprattutto creato standardizzazioni clinico-operative. Quattro anni fa, abbiamo messo tutto questo in una proposta dal nome “Value Agenda per l’Italia” con altri 500 firmatari, che anticipa esattamente quello che stiamo vivendo con la pandemia. Il linguaggio di quell’agenda è ora il linguaggio delle istituzioni e degli attori coinvolti nella lotta al coronavirus. Questo è un chiaro passo avanti, non crede?

 

Tutto questo passa anche per la trasformazione digitale?

Come dice il nostro CEO, Geoff Martha, è il momento di portare il Tech nel Medtech, cioè nuova tecnologia a supporto dei dispositivi medici. Negli scorsi anni i nostri driver per lo sviluppo di dispositivi erano sicurezza, miniaturizzazione, minivasività e basso costo. Questi erano i 4 elementi guida con cui costruivamo i nostri dispositivi. Adesso se ne aggiunge un quinto. I nostri dispositivi devono essere smart.

 

Cosa intendete per dispositivi smart?

Che siano facilmente collegabili ad altri device o piattaforme tecnologiche e che, soprattutto, siano capaci di generare ed integrare dati lungo l’intero percorso clinico, generando esiti migliorativi. Siamo all’inizio di un lungo viaggio ma abbiamo già tanti casi di applicazioni sui nostri dispositivi di intelligenza artificiale, di machine learning, di data analytics, etc. I nostri sistemi impiantabili come defibrillatori, pacemaker, neurostimolatori o microinfusori del diabete sono già in grado di raccogliere dati e trasferirli ai medici specialisti. Oggi stiamo lavorando a come integrarli con altre piattaforme di data collection già disponibili o da sviluppare insieme. Qui torno al discorso della partnership. Noi produciamo i device smart ma la realizzazione di queste piattaforme di data collection e i vari applicativi non sono e non saranno mai una nostra core competency e quindi, in questo ambito, guardiamo con interesse a forti alleanze con provider in grado di realizzarle.

 

Per sistemi di data collection intende il fascicolo elettronico?

In Italia lo chiamiamo fascicolo elettronico ma in realtà il discorso è molto più complesso. Immaginiamoci un Value Journey in cui il percorso del paziente è fatto da tanti punti di contatto dentro e fuori l’ospedale. Nel prossimo futuro, guardando prioritariamente al percorso del paziente cronico, avremo la necessità di integrare il cosiddetto fascicolo elettronico con molti altri punti di contatto. Per questo, già dieci anni fa Medtronic aveva creato un gruppo interno dal nome Integrated Health Solution con l’obiettivo di sviluppare servizi e soluzioni da aggiungere ai nostri prodotti che potessero creare una nuova customer experience. All’inizio queste soluzioni si sono molto concentrare sul tema dell’efficienza di percorso ospedaliero.  Si guardava l’ospedale e si cercava di capire come meglio standardizzare il percorso del paziente per renderlo outcome driven. A questo, negli ultimi anni si è aggiunta la grandissima opportunità della digital transformation, e di questo Integrated Health Solution si sta occupando con un particolare focus sui temi legati alla connettività.

 

Ci può fare un esempio di una di queste soluzioni integrate?

Un esempio recente è un prodotto che si chiama Get Ready. È un applicativo di patient engagement che abbiamo già messo a disposizione delle strutture sanitarie prima dell’emergenza legata al Covid per monitorare i pazienti a distanza. Con la pandemia, lo abbiamo proposto gratuitamente a circa 40 ospedali per poter gestire i pazienti non covid che dovevano essere seguiti a casa e non potevano recarsi in ospedale. Sono applicativi di semplice utilizzo, che aiutano i clinici e le strutture a meglio governare il patient journey cronico in ambiti dove noi siamo presenti con i nostri device. Pensiamo all’area dei pazienti cardiovascolari, dei diabetici, degli obesi, di quelli con problemi neuro degenerativi, etc. dove l’utilizzo di questi applicativi può aiutare a monitorare il pre e il post-intervento legati agli impianti Medtronic. È un servizio molto importante in un momento così delicato.

 

Come è la penetrazione di questo tipo di progetto in cui la fornitura di tecnologia viene integrata alla connettività e all’interscambio di dati?

Ancora bassa, siamo tutti all’inizio. Questo vale per l’Italia come per tutte le altre nazioni compresi i Paesi del nord Europa. Siamo all’inizio e siamo una goccia nell’oceano.

 

Una goccia che potrebbe diventare un’onda, una volta che la digital health sarà pienamente implementata nei sistemi sanitari di domani. Lei cosa si aspetta dalla digital Health?

Nel nostro mondo quando si parla di digital health si parla di tutto e di più. Dall’Apple Watch alla sensoristica, all’intelligenza artificiale o al data collection. Ognuno ha la sua propria definizione. Dobbiamo sforzarci di far capire che il mondo digitale per Medtronic ma credo anche per tutto il nostro comparto industriale, è prioritariamente fatto da quei servizi o opzionalità digitali che ci possano permettere di migliorare l’esito clinico.

 

Come si può raggiungere questo obiettivo?

Per cogliere pienamente i benefici della trasformazione digitale dobbiamo pensarlo ed attuarlo come un tassello abilitante di un grande mosaico. Dobbiamo guardare a una governance diversa della sanità che non sia solo ospedalo-centrica ma integrata con il territorio, un modello diverso di rimborso delle prestazioni e dei servizi basato non sulla quantità ma sugli esiti, senza dimenticare la formazione e la valorizzazione delle competenze. Tutti tasselli ben chiari nella visione di Medtronic, che pian piano stiamo costruendo.

 

Dal digitale alla robotica il passo è breve. Anche in quell’ambito Medtronic si muove rapidamente

Medtronic sarà sicuramente un protagonista nel settore della robotica. Abbiamo fatto un’acquisizione importante in questo ambito e già da sei mesi commercializziamo in Italia il sistema Mazor per la chirurgia vertebrale. Nel 2021 arriverà il nostro simulatore chirurgico HUGO. Quest’area offrirà tantissime opportunità ma anche in questo ambito, il purpose deve essere chiaro. Lo scopo non deve essere quello di avere un prodotto da vendere semplicemente. Ci deve essere la responsabilità di poter indicare il vantaggio che questi robot portano. Nel nostro caso, ad esempio, il vantaggio è quello di standardizzare le cure, di ridurre quindi la variabilità dei risultati ma anche quello di produrre dei dati che, se utilizzati al meglio, possono determinare esiti di predittività.

 

Quale sarà secondo lei il punto di arrivo?

Riuscire ad avere un unico flusso di dati interconnesso con tutti i tasselli del percorso del paziente è la nostra destinazione finale. Un flusso unico di dati al servizio dei pazienti e dei loro medici. Oggi i nostri device non ci rendono accountable. Nel senso che il device viene utilizzato, l’intervento chirurgico va bene e il paziente in quel preciso momento sta bene ma nessuno sa se nel prima o nel dopo qualcosa andava fatto per prevenire o magari gestire il paziente ancora meglio. Vogliamo immaginare un ruolo di Medtronic che sia co-partecipe della responsabilità di tutto il ciclo del paziente. È quello dove vogliamo arrivare ed è quello che è giusto fare.

 

Medtronic è attiva anche con diversi progetti di sostegno al settore del MedTech, perché?

Medronic Italia, un paio di anni fa, ha introdotto una governance di valore integrato. Il management e l’intera organizzazione di Medtronic si misura su obiettivi finanziari e non finanziari. Questa è la logica del pensiero e del valore integrato. Abbiamo dei Kpi che guardano all’impatto della nostra azione aziendale sul sociale, sull’organizzazione, sull’innovazione e sull’ambiente. Ad esempio, Medtronic Open Innovation nasce proprio da questa logica. Dalla constatazione che da una parte il settore MedTech italiano necessità crescita e trasformazione sui nuovi temi  e, dall’altra, la buona qualità della nostra ricerca di base e clinica. Mancava, però, un ponte che collegasse quello che viene ricercato e utilizzato nella pratica clinica e quello che poi viene sviluppato qui in Italia dall’industria. Se riuscissimo a mettere a sistema l’applicazione clinica, la ricerca e l’industria potremmo sicuramente creare i presupposti per il risorgimento del MedTech in Italia.

 

Che ricetta avete per rilanciare il MedTech italiano?

Medtronic Open Innovation cerca di fare questo con un progetto che ha diverse peculiarità. Innanzitutto il focus sui giovani e sulla riduzione delle disegualianze geografiche. Secondo un’idea di laboratorio diffuso, una piattaforma da mettere a disposizione del Paese basata su una forte alleanza fra centri di eccellenza pubblici e privati. Università e Centri di Competenza che abbiamo individuato e verso cui Medtronic si porge come connettore e guida strategica.  L’obiettivo è fare in modo di sviluppare conoscenze e competenze e portarle sul mercato, accompagnandole lungo tutto il viaggio. E’ a destinazione che misuriamo il successo della nostra partnership.

 

Cosa intende per competenze?

Può essere ad esempio uno studente universitario che vuole considerare il nostro settore come sbocco per la sua occupazione e che per poterlo fare necessita di conoscenza ed indirizzo. A prescindere se vi entrerà come dipendente di un’azienda o come imprenditore, grazie a questo progetto ha accesso ad un catalogo formativo e di esperienze sul campo unico nel nostro Paese. Lo stesso può valere per un dipendente di piccola impresa o una start-up che voglia progredire nel proprio lavoro. Altra area di attività è quella di supporto alle start-up che hanno accesso gratuitamente a una serie di servizi e competenze molto ampio cha va dall’origine dell’idea fino a quando l’idea diventa prodotto e poi impresa. Parliamo di un progetto diffuso ma anche aperto e inclusivo. Alcune importanti realtà, ad esempio il Gruppo Sella, stanno via via aderendo.

 

Dove si svolge il progetto?

Abbiamo individuato quattro hub. A Milano, a Mirandola e poi due nel Sud, Lecce e Napoli. In tutti  lavoriamo con Università e Istituti come, ad esempio, il CNR, l’Istituto per le Tecnologie di Genova, il Tecnopolo di Mirandola. Ogni Hub ha una sua specificità. A Milano, ad esempio, stiamo costruendo con Università e altre Istituzioni un’offerta nell’ambito del digital health, cavalcando l’ambizione di rendere Milano uno dei principali hub in quest’area. E quale migliore momento per proporlo che la presidenza italiana del G20. Mirandola, invece, sta guardando alla bioplastica, stampa 3d, medical wasting, economia sanitaria circolare e per questo aiuteremo persone e aziende del distretto ad affrontare questo passaggio. Il focus del Salento invece è il sensing e il monitoring perché lì erano già presenti distaccamenti di realtà come il CNR, l’IT di Genova e start-up già attivi su questi temi. A Napoli il tema di sviluppo è quello della connettività perché in quell’ambito, il CESMA aveva già maturato un expertise per via della presenza nel parco tecnologico di aziende come Cisco e Apple.

I quattro Hub hanno questi quattro temi distinti ma complementari per poter garantire un’offerta veramente integrata sui temi della trasformazione salute. Questa è una bella opportunità per il Paese e anche una bella iniziativa di Medtronic per il Paese. Pian piano stiamo cercando di far convergere le tante iniziative che ci sono nel MedTech verso questa piattaforma. Se riusciamo a fare squadra, riusciremo a fare qualcosa di importante.

 

Se avesse la possibilità di dare un consiglio a un giovane che vuole avvicinarsi al mondo del MedTech cosa gli consiglierebbe?

Gli direi che è il momento giusto per farlo. Il settore delle scienze della vita sta vivendo un momento di trasformazione epocale. È una trasformazione non solo del mercato ma anche dei temi. Una trasformazione che costringe l’industria a contaminarsi e ci sarà il grande bisogno di assumere persone con background ed esperienze nuove e diverse. Il MedTech è un settore fondamentale e oggi con la pandemia in atto, tutti ne hanno compreso l’importanza strategica per il Paese. Non è un settore qualsiasi e ogni ora spesa in questo lavoro è un’ora ben spesa. Io ho avuto la fortuna di incontrare innanzitutto le tecnologie nella mia vita e poi persone che mi hanno insegnato tanto. Tra questi, Scott Huennekens, mio CEO in Volcano e tra i più importanti nel nostro settore, con cui condivido questo purpose: la consapevolezza dell’enorme impatto del nostro lavoro sulla vita delle persone ci emoziona e ci responsabilizza. Questo è quanto dobbiamo poter trasferire giornalmente a tutti coloro che ci circondano.

 

 

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