Sanità digitale per garantire più salute e sostenibilità. Ma servono standard e condivisione

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La digitalizzazione della sanità è una leva strategica di trasformazione dell’intero sistema, capace di produrre salute e sostenibilità. Prima di essere un processo tecnologico, quello della digitalizzazione è però un processo culturale che chiama in causa tutti: istituzioni, manager, produttori, professionisti sanitari e cittadini. Un cambiamento radicale che richiede un’organizzazione nuova, strutturata e condivisa, ma anche standard, certificazioni e misurabilità degli esiti. È questo il messaggio che arriva dall’incontro “Organizzare la sanità digitale” promosso dalle testate del Gruppo Homnya Quotidiano Sanità, Sanità Informazione, Popular Science e Daily Health Industry con il contributo non condizionante di Dedalus.

Un appuntamento che ha riunito politica, istituzioni sanitarie e regionali, con l’obiettivo di fare il punto sui traguardi raggiunti grazie al Pnrr e sulle sfide che ci aspettano a partire dal 2026, termine ultimo per il completamento dei progetti finanziati dal Pnrr.

L’Italia, è stato detto in più occasioni nel corso della giornata di confronto, è a buon punto in termini di architettura tecnologica. Anche dall’estero guardano alla nostra esperienza. L’Italia sarà anche il primo Paese a sperimentale uno dei due progetti europei attraverso il quale si sta costruendo il framework di HTA per tutto il mondo del digitale, come ha annunciato il commissario straordinario dell’Agenas, Americo Cicchetti, che del progetto è responsabile scientifico. E, a proposito di Agenas, a partire dal 1° gennaio 2027 proprio Agenas, in qualità di Agenzia per la sanità digitale, inizierà a condurre operativamente la Piattaforma nazionale di telemedicina (PNT), a cui si lavora da anni contestualmente alla realizzazione della Piattaforma nazionale di Intelligenza artificiale. Anche le Regioni hanno lavorato negli anni a numerosi progetti di digitalizzazione e interoperabilità, come hanno illustrato al convegno Daniela Donetti, Direttore Salute e Welfare della Regione Umbria; Federico Gelli, Direttore Sanità, Welfare e Coesione Sociale della Toscana; Giancarlo Ruscitti, Direttore dei Servizi Socio Sanitari di ARCS del Friuli-Venezia Giulia; Alessia Orsi, responsabile dell’Area Innovazione Tecnologica, Trasformazione Digitale, Spesa ICT e Farmaci/Vaccini presso Intercent-ER, l’Agenzia regionale della Regione Emilia-Romagna; e Domenico Tripaldi, Direttore Generale del Dipartimento Salute e Politiche della Persona della Basilicata, che hanno portato all’evento l’esperienza delle loro Regioni.

Eppure, dagli interventi al convegno è emerso come ci sia ancora tanta incertezza sulla capacità di far funzionare questi nuovi strumenti e metterli a sistema affinché restituiscano le aspettative promesse: equità di accesso, predittività, prevenzione, migliore presa in carico, personalizzazione delle cure, umanizzazione e, ovviamente, sostenibilità.

Quali sono, allora, le leve su cui puntare per superare eventuali ostacoli? Formazione e condivisione, dei livelli decisionali ma anche dei professionisti e dei cittadini, protagonisti (grazie ai loro dati) e non solo destinatari di questo nuovo modello di sanità digitale. Una cosa è certa: la sanità italiana non può più permettersi di essere frammentata, deve portare tutte le regioni a garantire gli stessi servizi in una logica unitaria, che deve superare anche i confini nazionali per entrare in un ecosistema di dati Europeo. Una sfida complessa ma non impossibile.

“Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone non sono riusciti ad accedere alle cure a causa di attese, costi o difficoltà logistiche. Nello stesso anno, nei Pronto Soccorso sono stati registrati 19 milioni di accessi, di cui circa il 25% impropri. La spesa farmaceutica ha toccato quota 37,2 miliardi di euro, con un forte impatto legato ai farmaci oncologici. Sono alcuni degli elementi che mostrano come il nostro sistema sanitario abbia dei punti deboli spesso legati all’organizzazione dei processi. L’analisi dei dati e i sistemi di supporto alle decisioni cliniche possono contribuire a una migliore gestione dei pazienti e delle risorse, migliorando l’efficienza complessiva del sistema sanitario”, ha detto Vincenzo Giannattasio Dell’Isola, Presidente e Amministratore Delegato di Dedalus Italia e Membro dell’Executive Committee Dedalus Group.

“La vera sfida della sanità digitale – ha aggiunto – non è tecnologica ma riguarda la governance che deve guidare l’introduzione e l’utilizzo delle tecnologie”. Per Giannattasio Dell’Isola, per costruire sistemi sanitari interoperabili, sicuri e sostenibili servono tre principi fondamentali: standardizzazione, certificazione e misurabilità.

 

“La standardizzazione, sia tecnologica che semantica, è la base per consentire lo scambio dei dati tra istituzioni, aziende e professionisti e per valorizzare il dato, nel rispetto delle norme su privacy e sicurezza”, ha spiegato. Le certificazioni “sono essenziali per garantire non solo la cybersicurezza ma anche la gestione del rischio clinico: i software che governano i processi clinici devono essere certificati come Software as Medical Devices secondo il regolamento europeo MDR, con classi adeguate alla loro funzione. Alcune aziende del settore, come Dedalus, investono risorse rilevanti per sviluppare soluzioni certificate, moderne e sicure, ma questi investimenti oggi non vengono valorizzati dal sistema delle gare pubbliche, ancora basato sull’acquisto di sviluppo software a giornate-uomo anziché su prodotti certificati e accreditati. Questo paradigma mortifica l’innovazione e spinge verso il prezzo più basso, trasferendo costi e rischi sulle stazioni appaltanti, che finiscono per doversi fare carico della manutenzione e della certificazione”. Il terzo elemento centrale, la misurabilità dei processi, si realizza anche attraverso strumenti come l’Health Technology Assessment, “che permette di valutare l’impatto reale delle tecnologie in termini di outcome clinici e sostenibilità, secondo una logica di value based healthcare”. Altro tema importante riguarda l’AI: “L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando la sanità, ma la sua applicazione richiede garanzie etiche e operative stringenti. In questo scenario, l’AI Act rappresenta un passo decisivo per armonizzare gli standard di sicurezza, tutelare la privacy e assicurare che l’innovazione tecnologica si traduca in un beneficio equo e accessibile per l’intera collettività”.

Questi tre elementi chiave, per il presidente e Ad di Dedalus, “facilitano la costruzione di un processo di governance che può consentire di arrivare ad avere una struttura nazionale in grado di far viaggiare il dato insieme alla persona e a rendere la sanità più efficace, efficiente, sostenibile e vicina al cittadino”.

Su un modello forte e nazionale ha posto l’accento anche Francesco Zaffini, presidente della Commissione Affari Sociali del Senato, sottolineando come questa visione si inserisca all’interno di una organizzazione, quella italiana, “complessa e intricata, a partire dalla modifica del Titolo V, al punto che circa la metà dei pronunciamenti della Corte Costituzionale riguarda proprio i conflitti di competenza tra Stato e Regioni”.

Per Zaffini “è necessario chiarire in modo netto chi fa cosa, soprattutto sul fronte della digitalizzazione”. In che modo? “Il Ministero – secondo il presidente della commissione Affari Sociali del Senato – deve definire modelli, standard, livelli di compliance e di monitoraggio, mentre Agenas rappresenta lo strumento di raccordo tra Stato e Regioni. Alle Regioni spetta la raccolta e la trasmissione dei dati primari e l’implementazione operativa dei cruscotti, mentre Ministero e Agenas elaborano i dati secondari e li restituiscono al sistema per migliorare linee guida, percorsi assistenziali e reti cliniche”.

Per Zaffini la regionalizzazione della sanità è una realtà “irreversibile”, ma “credo sia necessario aggiustare il tiro, a partire proprio dalla governance digitale. Le Regioni devono essere messe nelle condizioni di operare e poi rispondere sui livelli essenziali delle prestazioni, perché non è accettabile che in Italia l’assistenza sanitaria dipenda dal CAP di residenza. La digitalizzazione può rappresentare un primo ‘seme’ per ridurre le disuguaglianze territoriali e, partendo da questi percorsi più maturi, arrivare progressivamente anche alla valutazione degli esiti e a un sistema sanitario più equo e omogeneo” ha concluso il presidente della commissione Affari Sociali del Senato.

Il percorso della sanità digitale, ha condiviso Americo Cicchetti, commissario straordinario dell’Agenas, “deve essere coerente con le missioni del Servizio Sanitario Nazionale e oggi Agenas ha un obiettivo chiaro: arrivare al 1° gennaio 2027 con il governo operativo delle principali infrastrutture digitali, a partire dalla piattaforma nazionale di telemedicina, assumendo pienamente il ruolo di Agenzia per la Sanità Digitale”.

Dal punto di vista tecnologico, ha detto Cicchetti, “architetture e standard di interoperabilità sono ormai definiti e funzionanti; la vera sfida – ha concordato – non è più tecnologica ma organizzativa. Non si tratta di sanità digitale in senso stretto, ma di un sistema sanitario 2.0, fisico e digitale insieme, che utilizza piattaforme come il Fascicolo Sanitario Elettronico, l’Ecosistema dei Dati Sanitari, la telemedicina e la piattaforma nazionale di intelligenza artificiale per migliorare la presa in carico dei pazienti. Occorre quindi passare dalla trasformazione digitale alla trasformazione organizzativa, rileggendo reti cliniche e percorsi diagnostico-terapeutici in chiave digitale. Agenas ha già avviato questo lavoro adattando alcuni PDTA alla telemedicina, con l’obiettivo di integrare strumenti digitali in modelli assistenziali esistenti. Un esempio concreto è la piattaforma nazionale di intelligenza artificiale, basata su una knowledge base certificata che raccoglie linee guida, PDTA ed evidenze scientifiche, a supporto delle decisioni cliniche, lasciando la responsabilità finale al medico”.

L’intelligenza artificiale, per il commissario straordinario di Agenas, ha un grande potenziale “ma deve essere governata con attenzione: per questo Agenas sta certificando queste soluzioni come dispositivi medici. Dal 2027 l’Agenzia non solo governerà le piattaforme, ma produrrà e certificherà i dispositivi e i servizi che vi si integrano, con risorse economiche già previste e un modello organizzativo in fase di definizione. È una sfida nuova, perché per la prima volta una parte del Servizio Sanitario Nazionale viene governata centralmente, creando una dorsale nazionale che connette i sistemi regionali in modo operativo e sicuro. La difficoltà più importante, in questa fase, sta nel ricercare e ottenere le competenze necessarie”.

Competenze che si acquisiscono anche attraverso la formazione, che per Francesco Saverio Mennini, capo dipartimento della Programmazione, Dispositivi Medici, del Farmaco e delle Politiche in favore del SSN presso il ministero della Salute, deve svilupparsi “in modo specifico per ogni professione ma vedere anche momenti di formazione condivisa tra professionisti, importanti per garantire quella integrazione e multidisciplinarietà necessaria a sviluppare le migliori risposte di salute per il cittadino”.

Sul fronte del post Pnrr, quindi dopo quell’iniezione di finanziamenti che ha dato la spinta alla trasformazione in questi anni, Mennini si è detto fiducioso che “la digitalizzazione del sistema sanitario possa diventare nel tempo autosufficiente. Infatti, se saremo bravi ad utilizzarla per migliorare l’organizzazione, l’appropriatezza e la programmazione sanitaria, si otterrà come conseguenza anche una riduzione dei costi evitabili, liberando risorse da reinvestire. Grazie all’ecosistema dei dati, alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale è oggi possibile leggere non solo i dati, ma anche le condizioni e i sintomi dei pazienti, favorendo una presa in carico più precoce, mirata e appropriata, sia sul piano assistenziale sia prescrittivo. Gli investimenti del PNRR hanno consentito di sviluppare modelli predittivi che permettono una programmazione sanitaria più corretta e sostenibile, con effetti positivi che si manifesteranno nel medio periodo. Questo approccio, basato su evidenze, HTA e collaborazione con le Regioni, sta già mostrando segnali incoraggianti, anche grazie a una maggiore cooperazione istituzionale rispetto al passato”.

La digitalizzazione, ha poi sottolineato Mennini, “può contribuire anche a ridurre la mobilità sanitaria, migliorando la qualità delle cure di prossimità e contenendo, anche in questo caso, i costi, sia quelli a carico del sistema sanitario che del paziente stesso. Credo che il percorso iniziato sia virtuoso, occorre continuare a percorrere questa strada”.

Fabrizio d’Alba, presidente nazionale di Federsanità, ha posto l’accento sulla digitalizzazione come “leva strategica che riguarda organizzazioni, sistemi di relazione e qualità delle risposte ai bisogni. Per funzionare deve essere fatta propria non solo dalle istituzioni, ma anche dai professionisti e dai cittadini, attraverso ingaggio, formazione e consapevolezza”. L’integrazione sociosanitaria, ha poi evidenziato, “passa attraverso i piani assistenziali integrati e sistemi digitali solidi, interoperabili e capaci di analizzare i dati in modo proattivo e predittivo, evitando sprechi e migliorando l’efficacia delle cure”.

Processi, dunque, ma anche risultati che, per d’Alba, “vanno misurati con indicatori concreti, dai tempi di attesa alla capacità di risposta delle organizzazioni, fino al tempo restituito ai professionisti per la relazione di cura. Questa trasformazione richiede un cambiamento profondo: non è la tecnologia ad adattarsi all’organizzazione, ma l’organizzazione che deve ripensarsi in funzione dell’innovazione, affrontando adattamenti importanti ma indispensabili per non disperdere investimenti e opportunità”.

Sullo stesso concetto è tornato Paolo Petralia, vice presidente vicario Fiaso, ricordando che la stessa parola “interoperabilità” richiama “non è un semplice accostamento di sistemi, ma la costruzione di un prodotto nuovo, che nasce dalla capacità di integrare e far dialogare elementi diversi”. Anche per il vice presidente vicario Fiaso “il cambiamento deve coinvolgere sia i professionisti sia i cittadini, anche nell’ambito dello spazio europeo dei dati, che introduce un passaggio decisivo dal parere preventivo all’assenso”.

Petralia ha poi posto l’accento su come la sostenibilità “non può basarsi sul mantenimento di vecchi strumenti, metriche e modelli organizzativi: il cambiamento deve essere misurabile e deve tradursi in un nuovo modo di riconoscere il valore prodotto. Questo significa superare la logica della remunerazione della singola prestazione e orientarsi verso il pagamento degli esiti di cura e della soddisfazione del paziente. Se il sistema resta ancorato a metriche statiche e a meccanismi premiali tradizionali, anche le risorse del PNRR rischiano di esaurirsi senza produrre un vero cambiamento. Al contrario, se gli esiti dimostrano un miglioramento reale, questi risultati devono essere adeguatamente riconosciuti e remunerati”.

Giselda Scalera, direttore dell’Ufficio 2 Dipartimento della salute umana, della salute animale e dell’ecosistema One Health e dei rapporti internazionali presso il ministero della Salute, ha portato al dibattito il suo contributo che arriva dalla ricerca e dall’ottica One Health, sottolineando la necessità di “dati di qualità che integrino la salute umana con quella animalo e ambientale”. Scalera ha sottolineato infine l’importanza della fiducia dei cittadini: “Abbiamo una grande responsabilità: trasformare le informazioni personali in un patrimonio collettivo, rispettando privacy e regole, per una finalità più alta, quella della prevenzione e dell’orientamento delle politiche sanitarie. Per questo serve che i cittadini si fidano e la fiducia si costruisce garantendo con la comprensione e assicurando protezione e buon uso del dato che il cittadino ci affida”.

“Non parliamo di cose nuove (prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione), ma di un modo nuovo di farle”, ha ribadito Lorenzo Giovanni Mantovani, direttore CESP Università Bicocca Milano. “I dati e l’intelligenza artificiale consentono una capacità di analisi senza precedenti, superando classificazioni basate su variabili dicotomiche e codici diagnostici tradizionali e integrando la singola malattia con molti altri fattori, clinici ma anche di tipo sociale. Questo ha delle potenzialità straordinarie, e se gli outcome sembrano quelli di sempre (cioè la salute della popolazione, l’efficacia, la sicurezza, i costi e le variabili organizzative), potranno esse in realtà arricchiti da misure qualitative sul benessere e sulla gestione del paziente nel lungo periodo”.

Il punto centrale, per Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva, è che “la digitalizzazione in sanità deve garantire equità e accesso a tutti i cittadini, senza lasciare indietro nessuno, e favorire la trasparenza dei dati. L’accesso alle cure è quello che il paziente più cerca, il problema più forte che percepisce”.

Patrizio Rossi, sovrintendente sanitario centrale di Inail, ha evidenziato come, l’Inail svolga attività medico-legale in maniera distaccata dal Ssn. “Abbiamo metodologia nostra e anche una cartella clinica nostra, condivisa da tutte le sedi regionali. Di fatto la nostra esperienza mostra che superare la frammentazione regionale è possibile: attraverso cartelle cliniche informatizzate, televisite, telereabilitazione e telecollaudi, abbiamo potuto garantire prestazioni uniformi su tutto il territorio, superare le diversità regionali e migliorare efficacia, efficienza e sicurezza, senza mai lasciare indietro cittadini o lavoratori”.

In definitiva, la sanità digitale è (fortunatamente) arrivata a un punto di non ritorno. Nell’era post-PNRR non può più essere raccontata come una sequenza di progetti o sperimentazioni virtuose, ma deve diventare infrastruttura ordinaria del Servizio sanitario nazionale. Questo significa passare dalla digitalizzazione alla governance: non aggiungere nuove tecnologie fini a se stesse ma definire regole, standard e responsabilità chiare per farle funzionare in modo integrato, stabile e misurabile all’interno del Servizio sanitario. Regole chiare, standard condivisi, interoperabilità reale e una visione unitaria in cui il dato accompagna la persona lungo tutto il percorso di cura, superando confini amministrativi e frammentazioni territoriali. Big Data e intelligenza artificiale, ormai strumenti maturi, possono sostenere decisioni cliniche, organizzative e di programmazione, ma solo se inseriti in modelli stabili, misurabili e sostenibili nel tempo. La vera sfida, oggi, non è più “innovare”, ma trasformare l’innovazione in valore strutturale: ridurre disuguaglianze, migliorare l’accesso, governare i costi e restituire al sistema sanitario – e ai cittadini – un futuro più equo, efficiente e sostenibile.

di Lucia Conti

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