Terapie geniche: scienziati italiani individuano metodo per migliorare vettori

Terapie geniche: scienziati italiani individuano metodo per migliorare vettori
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Superare la terapia genica che utilizza virus adeno-associati (AAV) come vettore per fornire il gene che esprime un fattore della coagulazione funzionante, nel trattamento dell’emofilia.

A questo obiettivo ha lavorato un team di scienziati del San Raffaele Telethon Institute for Gene Therapy, che al posto del virus, verso il quale l’uomo sviluppa un’immunità naturale, ha usato un vettore lentivirale (LV) unito alla proteina CD47, che inibisce il processo che porta il sistema immunitario a eliminare i virus, riducendo l’efficacia della terapia.

La ricerca è stata pubblicata su Science Translational Medicine.

I ricercatori hanno integrato la proteina CD47 nella superficie del vettore LV, in modo da evitare che quest’ultimo fosse rilevato e distrutto da parte del sistema immunitario. Risultato: nei test su animali da laboratorio i vettori sarebbero riusciti a trasferire i geni terapeutici alle cellule del fegato, l’obiettivo nei pazienti con emofilia B, senza causare tossicità.

Il vettore lentivirale è stato già impiegato in altre terapie geniche. Come LentiGlobin, di Bluebird Bio, progettato per trattare la beta-talassemia e l’anemia falciforme grave.

In questo caso, LV inserisce una versione funzionante del gene della beta-globina umana nelle cellule staminali ematopoietiche, che producono i globuli rossi, del pazienti.

LV deriva dall’HIV, ma secondo i ricercatori italiani il vettore potrebbe essere eliminato dal corpo prima che possa esercitare gli effetti terapeutici a livello epatico ad opera di fagociti epatici e splenici.

Per questo, Luigi Naldini e colleghi hanno pensato di associare LV a CD47, proteina che inibisce il processo di eliminazione, portando LV a sfuggire ai macrofagi.

Iniettati negli animali da laboratorio, i vettori con più elevati livelli di CD47 si sono dimostrati resistenti alla fagocitosi e meno sensibili al rilevamento delle cellule presentanti l’antigene rispetto ai vettori normali.

Questo metodo, secondo i ricercatori italiani, potrebbe ridurre la dose di LV necessaria e gli effetti collaterali. Il vantaggio, inoltre, risiederebbe nel fatto che i vettori si integrano nel genoma, cosa che non fanno, invece, i virus.

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