Terapia CAR-T: algoritmo individua potenziali sindromi avverse

16 ottobre, 2017 nessun commento


L’immunoterapia CAR-T sotto la lente d’ingrandimento della ricerca scientifica. Alcuni pazienti – arruolati negli studi scientifici in corso –  avrebbero sviluppato una pericolosa reazione immunitaria, nota con il nome di sindrome da rilascio di citochine e neuro-tossicità. Questa sindrome è una complicazione legata alle terapie di immunosoppressione. Ad oggi si cura con steroidi e farmaci che agiscono sul sistema immunitario. Sulla base di queste reazioni, individuate nel corso dello studio clinico dal team del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, è stato creato un algoritmo in grado di identificare e prevedere quando questi effetti potenzialmente letali possono verificarsi. Questa ricerca è stata pubblicata sulla rivista Cancer Discovery. Per identificare i biomarcatori, il team ha tracciato i 133 pazienti partecipanti allo studio CAR-T per il trattamento della leucemia linfocitica cronica, per i linfomi non Hodgkin e per la leucemia linfoblastica. I ricercatori hanno poi misurato il momento della comparsa dei sintomi e osservato lo sviluppo. Nella maggior parte dei casi, la sindrome da rilascio di citochine si è risolta autonomamente, ma in 10 casi i sintomi sono stati molto gravi. Una caratteristica comune di questa sindrome è la trasformazione delle cellule endoteliali presenti nei vasi sanguigni, che subiscono un’iperattivazione. Questa reazione ha portato i ricercatori alla conclusione che testare come biomarker l’attivazione endoteliale può aiutare nell’identificare quali pazienti in terapia CAR-T sono a rischio di sviluppo di effetti collaterali. Due i criteri alla base dell’analisi: febbre alta – con temperatura al di sopra dei 38°C– e un alto livello di citochine IL-6. Le ricerche, secondo quanto dichiarato in occasione dell’ultimo congresso americano della Società di Ematologia (ASH), si stanno ora indirizzando verso una nuova terapia CAR-T più sicura basata su due diversi gruppi di cellule da utilizzare sui pazienti a seconda delle caratteristiche individuali e in base alle reazioni legate allo sviluppo di citochine. Si sta anche studiando la possibilità di eliminare un particolare gene dalle cellule T che attacca i tessuti sani.

 

 

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