Alzheimer, la ricerca delude. Fallisce anche l’idalopiridina

15 gennaio, 2018 nessun commento


Dopo la decisione di Pfizer di abbandonare la ricerca nel campo dell’Alzheimer, da JAMA arriva un’ulteriore delusione. Il giornale dei medici americani ha pubblicato i risultati di uno studio multicentrico di fase III sulla idalopiridina, che ha dato risultati sostanzialmente negativi.  Il farmaco, spiega lo studio pubblicato da JAMA, agisce
aumentando la disponibilità per il cervello di quattro neurotrasmettitori a cominciare dalla serotonina, e aveva dato
risultati giudicati promettenti nei primi test sull’uomo sulla sicurezza. Il trial clinico descritto da JAMA ha riguardato 2525 persone con Alzheimer da lieve a moderato. Nei pazienti non si sono visti cambiamenti nei test cognitivi o miglioramenti anche lievi nelle funzioni quotidiane a nessuna delle dosi testate. Un anno fa Lundeck – a fronte dei cattivi risultati – aveva rinunciato a proseguire i trial su idalopiridina. Sono ormai circa 400 i test clinici su terapie per l’Alzheimer che non hanno portato a risultati, sottolinea in un editoriale sulla stessa rivista David Bennett, direttore del Rush University’s Alzheimer’s Disease Center di Chicago. “Dati i milioni di pazienti già affetti bisogna continuare a cercare terapie per i sintomi – afferma -. Tuttavia da un punto di vista di salute pubblica l’approccio più efficace è il ritardare il più possibile l’insorgere della malattia e puntare sulle strategie preventive”.

AIFA più ottimista
Mario Melazzini, direttore generale dell’Aifa, in un editoriale pubblicato sul sito dell’agenzia,  ricorda che sono in corso 190 studi clinici che coinvolgono circa 100 principi attivi. “Il percorso di ricerca e sviluppo di un nuovo farmaco è un’impresa lunga, costosa e soggetta potenzialmente a un rischio molto elevato di
fallimento – sottolinea Melazzini -. Tuttavia, negli obiettivi che pongono delle sfide importanti e negli inevitabili incidenti di percorso, la ricerca coglie quasi sempre nuovi stimoli per rivedere criticamente i propri modelli e individuare strategie più mirate ed efficaci. Potremmo assistere nei prossimi 5 anni all’arrivo sul mercato di molecole capaci di modificare il naturale decorso della malattia”.

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