National Summit. Per AIIC non basta spendere miliardi in macchinari per avere un Ssn moderno e tecnologico

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Il Pnrr (Piano Nazionale Ripresa e Resilienza) rappresenta un’opportunità storica per il nostro Paese perché mette a disposizione della sanità italiana investimenti importanti, finanziamenti mai visti negli ultimi 25 anni. Per l’ambito della salute il Pnrr, alla Missione 6, si focalizza su due obiettivi: il rafforzamento della prevenzione e dell’assistenza sul territorio e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del Ssn. In pratica il Pnrr sta mettendo a disposizione del Paese e della Sanità finanziamenti che produrranno modifiche radicali dello stesso impianto complessivo del sistema delle cure, sviluppando un’accelerazione mai vista sul settore della digital health e delle tecnologie. Come professionisti in prima linea su questo settore gli Ingegneri clinici vedono questa spinta al rinnovamento, ma sanno benissimo che non basta “acquistare o rinnovare” tecnologie per produrre modifiche efficaci e utili, come anche il periodo della prima ondata pandemica ha insegnato.

Nella nuova puntata del National Summit, il format di Quotidiano Sanità e Popular Science, gli Ingegneri Clinici, rappresentanti da Umberto Nocco (Presidente AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici) e Lorenzo Leogrande (presidente del Convegno Convegno Nazionale AIIC in programma dal 12 al 15 giugno 2022 a Riccione a cui parteciperanno oltre 2mila professionisti) si sono confrontati sul tema con l’on. Fabiola Bologna (membro della commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati), con Paolo Petralia (Vice presidente nazionale vicario della Fiaso e direttore generale della Asl 4 Liguria) e con Giovanni Leoni (Vice presidente Fnomceo e Presidente Omceo Venezia).

 

Al National Summit è arrivato anche il contributo video di Raffaele Donini, assessore alla Salute della regione Emilia Romagna e coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni), che ha evidenziato come l’opportunità del Pnrr non vada sprecata. “Se pensiamo agli investimenti in tecnologia come a una lista della spesa sganciata da ogni progettualità, il risultato non potrà che essere uno spreco di risorse”, perché la tecnologia e la digitalizzazione in sanità, ha spiegato, non consiste nel teleconsulto, nella televisita e nella super tecnologia. Non solo, almeno. “È soprattutto uno strumento per far dialogare i professionisti tra loro e i cittadini con i professionisti. È l’assunzione di una responsabilità clinica comune. È la realizzazione di un percorso integrato”. Per Donini, allora, “occorre partire dalla governance del sistema, dalla costruzione dei modelli e dei processi e, a quel punto, capire quale tecnologia va posta a supporto di quei processi per raggiungere l’obiettivo, che è la salute del cittadino e l’efficienza del sistema”.

L’assessore ha evidenziato come “in Emilia Romagna il Pnrr atterri su basi solide. Nella nostra regione esistono già 128 case della salute sulle 500 presenti a livello nazionali. Abbiamo una rete di ospedali di comunità che è di gran lunga superiore alla media e un’assistenza domiciliare integrata all’8,5% su un obiettivo del 10% entro il 2026”. Donini si è quindi detto a favore di un “confronto tra le Regioni che non hanno a disposizione questa dotazione strutturale territoriale”. Uno degli obiettivi del Pnrr è del resto anche ridurre il gap.

L’ultimo passo sarà “effettuare una programmazione di lungo respiro, che però richiede certezza di risorse”.

Non solo i servizi territoriali, ma anche la distribuzione delle strumentazioni tecnologiche è molto disomogenea tra regione e regione, ha spiegato Umberto Nocco. “Il percorso, comunque, negli ultimi anni ha avuto un’accelerazione, anche legata alla pandemia da Covid-19. È poi chiaro che, quando si parla di tecnologie, ci sono ambiti che corrono più veloci ed altri che restano meno coinvolti dall’innovazione”. Per il presidente AICC, l’approccio culturale alla tecnologia è comunque qualcosa di acquisito in Italia, “di dominio soprattutto degli ingegneri clinici ma anche di buona parte dei clinici e di coloro che lavorano all’interno degli ospedali. Forse lo è meno a livello territoriale, forse anche a causa dei modelli organizzativi realizzati dalle singole regioni”.

Sicuramente c’è anche un gap generazionale. Se i più giovani sono più avvezzi alle evoluzioni digitali e tecnologiche, per Nocco c’è tuttavia da evitare che “la generazione nativa digitale sia troppo legata alla tecnologia fino ad esserne dipendente. Il rischio è di dimenticare che è l’uomo a dovere guidare la macchina e non il contrario. E dimenticare che c’è un rapporto medico-paziente che non va in alcun modo cancellato”.

Per il presidente AICC, dunque, occorre alzare il livello di competenze e diffonderle in modo omogeneo su tutto il territorio. “Fare cultura, formare alla conoscenza della tecnologia e al suo uso corretto, nella consapevolezza che la tecnologia è solo uno strumento, certamente importante, ma pur sempre uno strumento all’interno di un processo che ha come obiettivo la cura del paziente. Se perdiamo di vista questo obiettivo, produrremo più danni che vantaggi”.

La sfida è indubbiamente difficile e complessa, da affrontare, per Lorenzo Leogrande, affiancando l’entusiasmo a uno sguardo critico. “Questa mole di investimenti difficilmente sarà ripetibile, è importante non sbagliare”.
Per Leogrande la trasformazione tecnologica, ma in generale il Pnrr, passerà necessariamente attraverso un importante cambiamento manageriale, ma anche sociale.

Leogrande ha poi evidenziato come anche la decisione di sostituire i macchinari andrebbe affidata al personale esperto, piuttosto che a una regola standard come previsto dal Pnrr (verranno sostituiti i macchinari con più di 5 anni). “Gli ingegneri clinici stanno perfettamente quando una Tac è obsoleta, quando conviene più sostituirla o ripararla. Lavorando sul campo abbiamo ben in mente le priorità e le necessità delle strutture dal punto di vista tecnologico”.

Leogrande ha poi voluto porre l’accento sull’importanza di realizzare “l’interoperabilità” ma ha anche sottolineato come diventerà sempre più urgente elevare i livelli di “cybersecurity, tema che nei prossimi anni diventerà assolutamente centrale”. In sintesi, per Leogrande, si va costruendo una “nuova complessità che deve assolutamente essere gestita e non lasciata al caso”.

Giovanni Leoni, chiamato a portare il punto di vista dei medici, ha evidenziato come già da un ventennio i medici, come del resto la popolazione tutta, abbiano iniziato a confrontarsi con una evoluzione tecnologica crescita in modo impressionante sia in termini di potenzialità che di velocità di cambiamento. Tuttavia non in modo omogeneo e non sempre con successo. “Le Asl che hanno prodotto tantissimo programmi e software, che si sono succeduti progressivamente, in maniera molte volte non coordinata, con sistemi che non si parlano tra loro”, ha detto il vicepresidente Fnomceo.

L’adattamento dei giovani medici, ha osservato Leoni, “è naturalmente molto più veloce. Tuttavia va sottolineato un aspetto: i medici delle generazioni più lontane forse hanno meno dimestichezza con le rivoluzioni tecnologiche ma detengono un sapere importantissimo che va trasmesso ai giovani colleghi. Mi riferisco al fatto che non potrà mai essere un robot ad operare un paziente. La mente che guida la macchina sarà sempre quella dell’uomo, in questo caso del medico. Medico che ha una grande missione deontologica, che si realizza nella relazione con il paziente”.

Leoni ha quindi ribadito la necessità di far comprendere alle istituzioni l’importanza di investire sul personale, in termini numerici e formativi. “Il Pnrr parla di strutture, di tecnologie, di materiali, ma trascura in modo grave l’uomo, che è da una parte l’utente finale, il cittadino, e dall’altra parte colui che si interfaccia con il paziente, cioè il medico e il personale sanitario. Non corriamo il rischio di pensare che tutto si risolva con le cose materiali, ricordiamoci che la sanità la fanno anzitutto le persone”.

Parole condivise da Paolo Petralia, secondo il quale in concetto di “One Health” alla base del Pnrr riguarda anche il digitale, che tuttavia “non si esaurisce nel fornire strumenti informativi e nuove tecnologie, ma comporta la costruzione di un nuovo modo di pensare e di agire”. Se questo avverrà, riusciremo, per il vice presidente vicario della Fiaso, a “disegnare percorsi di cura e prestazioni evolute, integrate, sistemiche e accessibili a tutti”. Il digitale per Petralia, “può davvero permetterci di mettere al centro la persona, di fare integrazione e interoperabilità”.

Ovviamente, condizione necessaria, anche secondo Petralia, è “formare e alfabetizzare, cioè dotare di competenze il personale sanitario, i manager e anche i cittadini”. Cittadini perché “pensiamo, ad esempio, che strumento formidabile potrà essere il fascicolo sanitario elettronico, non solo in quanto cartella in cui deposito di tutte le mie informazioni sanitarie digitalizzate ma anche, e soprattutto, come l’interfaccia che collega il cittadino con il sistema salute globale”.

Petralia ha infine ricordato come la digitalizzazione consentirà di avere a disposizione una quantità di dati impressionante ed estremamente utile per stratificare la popolazione, individuare i bisogni e guidare le scelte.

A chiudere gli interventi l’on. Fabiola Bologna, che ha condiviso le riflessioni precedentemente espresse dagli ospiti del National Summit approfondendole e offrendo nuovi spunti. In merito alla disomogeneità di competenze tecnologiche e digitali acquisite nel tempo dai diversi professionisti, Bologna, che è anche un medico, ha evidenziato come questo si traduca nella necessità di “conoscere meglio tutte le professionalità. Gli ingegneri clinici, ad esempio, lavorano accanto ai medici, ma nei fatti noi medici conosciamo poco del lavoro che svolgono. Quanto parliamo di integrazione professionale, quindi, bisogna ricordare che anche con queste professionalità va realizzato un legame, che aiuterà noi medici a percorrere l’evoluzione culturale di cui abbiamo parlato oggi”.

Formazione è la parola d’ordine anche per la deputata di Coraggio Italia, che ha voluto far notare proprio come oggi alcune tecnologie presenti nelle strutture siano rimaste inutilizzate per mancanza di personale in grado di farle funzionare. Formazione a livello di competenze tecnologiche, dunque, ma anche creare le condizioni perché siano presenti sul territorio professionalità specializzate. Il che significa lavorare sulla valorizzazione delle professioni allo scopo di evitare che i concorsi vadano deserti. “Viviamo un momento di grave carenza di personale, ma anche di errori di organizzazione e di allocazione del personale sanitario che abbiamo. Un’organizzazione sbagliata disperde le capacità, non riesce a fare fronte alle esigenze dei cittadini e svilisce il professionista. Ricordiamoci che il benessere dei pazienti passa anche dal benessere dei professionisti sanitari”.

Per Bologna sarà essenziale anche una campagna di informazione rivolta ai cittadini, per informarli dei cambiamenti che saranno realizzati con il Pnrr. Servirà anche preparare i cittadini ad utilizzare certe tecnologie, come il fascicolo sanitario elettronico o app e device necessari o utili alla migliorare la loro salute. E poi potenziare il ruolo dell’associazionismo , “sentinelle sul territorio, in grado di fare capire a noi politici le mancanze del sistema ma anche di guidare il paziente all’uso corretto dei servizi”.

Lucia Conti

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