Il 2026 si profila come l’anno zero della Realpolitik farmaceutica. Con il tramonto del globalismo e della libera circolazione di molecole e capitali, la salute pubblica torna a essere terreno di scontro tra superpotenze. In questo scenario, l’Europa appare schiacciata tra il protezionismo aggressivo di Washington e l’autosufficienza strategica di Pechino e, in misura minore, di Nuova Delhi.
Il tramonto del “bancomat” americano
Con il lancio di TrumpRx.gov, gli Stati Uniti abbandonano il ruolo di finanziatori della ricerca globale. L’applicazione della clausola Most Favored Nation (MFN), che allinea i prezzi americani a quelli più bassi praticati nei Paesi OCSE ad alto reddito, non è solo una manovra interna, ma un terremoto sistemico. La conseguenza immediata: i margini che finora sostenevano i costi di R&S rischiano di ridursi drasticamente. Per l’Europa, la pressione ricade sui tavoli nazionali (come l’AIFA in Italia), con il rischio di ritardi nell’accesso alle terapie più innovative.
L’offensiva asiatica
Mentre Washington agisce sulla leva del prezzo, l’India punta sulla produzione massiva, mirando a dominare sia il mercato dei biologici, sia quello dei biosimilari dopo aver conquistato la leadership dei generici. La Cina, invece, ha raggiunto una sovranità indiscussa nel biotech, firmando il 28% dei trial clinici mondiali. Mentre l’Occidente dibatte sull’egemonia geopolitica, Nuova Delhi e Pechino costruiscono silenziosamente la propria egemonia industriale.
L’asset italiano: numeri e capitale umano
L’Italia resiste con numeri da leader, ma con il fiato corto. Nel 2024 – secondo i dati diffusi all’Assemblea 2025 di Farmindustria – la produzione farmaceutica ha toccato i 56 miliardi di euro (di cui 54 destinati all’export) e gli investimenti in R&S hanno raggiunto i 2,3 miliardi, confermando il Paese come hub strategico europeo.
Il fattore competitivo chiave resta il capitale umano e anche questo parametro riflette una forte presenza italiana, con 71.000 addetti nel settore. Secondo gli ultimi dati disponibili di Eurostat, inoltre, il nostro è il terzo Paese UE per numero complessivo di laureati in discipline STEM e figura nella top ten continentale per profili femminili con una laurea in quest’area (40% contro il 34,6% della media UE). Eppure il mismatch tra formazione e occupazione qualificata resta un nodo strutturale: l’88% dei profili tecnici richiesti dalle imprese è di difficile reperimento, con un impatto stimato in 1,8 miliardi di euro l’anno per le aziende.
Oltre il “vassallaggio terapeutico”
Senza una terza via europea – fatta di incentivi al reshoring continentale, politica industriale comune e un vero mercato unico dei capitali – l’Europa rischia di restare spettatrice. Il pericolo è quello di un “vassallaggio terapeutico”, in cui il diritto alla salute dei cittadini europei dipenderà dagli umori di Washington o dai piani quinquennali di Pechino.


