XXVI Congresso Cipomo. “In oncologia la nuova terapia è anche la gentilezza, ma serve una leadership aziendale più attenta”

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Prestare ascolto ai racconti del paziente e dei familiari creando un rapporto empatico; regalare attenzioni che vanno al di là del dovere medico come un sorriso o facendo capire al paziente che i medici “ci sono” con la testa e con le “spalle” per condividere il peso della diagnosi e delle strategie terapeutiche. E ancora, non differire informazioni che il paziente aspetta con ansia poiché è  statisticamente provato che prima sono informati, più si riduce la loro ansia e lo stress. Saper scegliere le parole giuste anche nel comunicare realtà spiacevoli: il paziente ha il diritto di sapere ma il medico ha il dovere di comunicare, in maniera il più possibile chiara, naturale ed immediata, per far nascere la tanto benefica alleanza nel percorso da intraprendere. Infine, coinvolgere i caregivers e dar loro supporto per far sì che tutti, pazienti, familiari e staff viaggino nella giusta direzione.

Sono queste le semplici cinque mosse per praticare la gentilezza nei confronti dei pazienti oncologici e dei loro caregivers. Comportamenti apparentemente scontati, ma a volte “dimenticati” – spesso a causa dell’enorme carico lavorativo che grava sui professionisti, con organici sempre più ridotti – e quindi da recuperare. A ricordarle è il CIPOMO, il Collegio Italiano Primari Oncologi Ospedalieri riuniti a Cagliari al XXVI Congresso dal titolo “Dalle ceneri del Covid una nuova Fenice: l’oncologia che sarà, l’oncologia che vorremmo”.

Un approccio gentile ed umano con il paziente deve essere parte integrante e imprescindibile del percorso terapeutico e della formazione del medico. L’ascolto non solo mette al centro il paziente motivandolo, ma aiuta anche il medico a modulare e a personalizzare sempre meglio le terapie grazie ai suoi feedback. È così che si costruisce fattivamente l’alleanza terapeutica: “Se il medico è bravissimo e geniale ma non è umano, vada a fare un altro lavoro” sentenziano gli oncologi del CIPOMO. Ma questa gentilezza deve andare oltre il rapporto tra medico, paziente, familiari e staff sanitario: serve una gentilezza anche in ambito lavorativo in quanto migliora il funzionamento del sistema a tutto tondo.

“La gentilezza è il presupposto fondamentale per chi vuol fare questo lavoro, anche perché i suoi effetti travalicano il confine dell’ospedale – afferma Luigi Cavanna, Presidente del Congresso e Presidente CIPOMO – con la gentilezza si fa del bene non solo al paziente e alla sua famiglia, ma a tutta la società perché gentilezza significa rispetto. La considerazione ed il rispetto per le persone sono le fondamenta di un rapporto relazionale, di qualsia natura esso sia: in particolare chi lavora con i pazienti deve essere bravo ma soprattutto umano. E se non si nasce così, o ci si sforza o ci si forma, per esempio con corsi che partano dal miglioramento della comunicazione tra medico e paziente”.

Insomma, deve finire l’epoca del medico gelido che parla in medichese, distante anni luce da chi gli sta di fronte. Se il paziente non comprende le parole del medico si intimidisce e si scoraggia; questo può portare ad una mancata aderenza alle terapie se non addirittura a una rinuncia alle cure. Le conseguenze sono un aggravamento dello stato di salute dal quale derivano riacutizzazioni, re-ricoveri e ricoveri d’urgenza, con un pesante impatto organizzativo ed economico sul Ssn. “Credo che per evitare tutto questo basterebbe un po’ di umiltà, capacità di ascolto e anche autocritica, unite all’impegno professionale,” conclude il Presidente Cavanna.

“La gentilezza è un modo di prendersi cura di chi, stando male, ha bisogno talora di una parola, di un gesto che rendano meno dolorosa anche la solitudine alla quale nel tempo del Coronavirus siamo stati tutti chiamati. Non c’è cura dell’anima e del corpo, se non accompagnata dalla gentilezza, che consente ai farmaci di svolgere sino in fondo la loro azione terapeutica” conferma Giuseppina Sarobba, Presidente del Congresso.

La cura inizia proprio nel momento in cui un paziente entra, inquieto e ansioso, in contatto con un medico. Ascolta le parole che gli sono dette e lo guarda in volto. “Se le parole sono nutrite di gentilezza e gli sguardi sono docili e attenti – sottolinea la Presidente Sarobba – ne nasce la fiducia che è la premessa alla sincerità e alla spontaneità della descrizione dei disturbi. Ci sono medici che hanno innate queste doti e hanno la capacità di entrare in immediata sintonia con i malati; tutti i medici dovrebbero avere ben presente l’importanza delle parole giuste e della loro tonalità emotiva, cercando di ritrovare parole gentili che sono quelle della speranza”.

Oltre alle “parole attente”, servono anche azioni concrete per sostanziare la gentilezza. “Sentiamo forte l’esigenza di sensibilizzare le Oncologie ospedaliere a considerare una serie di aspetti indiretti del cancro – continua Vincenzo Montesarchio, componente del Direttivo CIPOMO  – ossia, il vissuto psicologico, su cui già molto si fa, le dinamiche familiari e quelle di coppia, la sessualità, le difficili relazioni con i figli spesso in età infantile o adolescenziale, sono temi su cui bisogna lavorare molto. Tutto ciò non può e non deve essere iniziativa del singolo, vi è necessità di attivare laboratori in cui i pazienti possano relazionarsi con medici ed infermieri al di là di ruoli, competenze e barriere di tutti i tipi”.

Abbiamo tanti esempi virtuosi che vengono segnalati da molte Oncologie ospedaliere, dai più frequenti laboratori di trucco e parrucche alla musicoterapia, dagli incontri a tema tra pazienti, personale sanitario e psicologi, alle riunioni esperienziali. “Per esempio – aggiunge Montesarchio  – sono sempre più numerosi i progetti attuati da estetiste diplomate che possono aiutare le pazienti a gestire gli inevitabili inestetismi cutanei e delle unghie causati dalle terapie, istruendole sul make-up correttivo e su una corretta epilazione, il tutto con lo scopo di donare ben-essere al corpo e alla mente. Queste iniziative sono senz’altro premianti se svolte per iniziative di singole Strutture, ma possono diventarlo ancora di più se, con il forte impegno di CIPOMO, veranno messe a sistema in tutte le Oncologie italiane”.

Ma la gentilezza deve diventare una buona pratica da attuare anche nelle corsie ospedaliere per motivare gli operatori e far tornare il Servizio sanitario italiano attrattivo
. “Nei contesti lavorativi, sempre più complessi, il ruolo del manager sta assumendo dei contorni evoluti e di grande cambiamento –  sottolinea la Presidente Sarobba – e non è un caso che negli ultimi anni il concetto di leadership gentile si sia sempre più affermato. Anche Confindustria oggi parla di gentilezza: gentilezza è ascoltare e prendersi cura, di sé, degli altri, dell’ambiente, dei luoghi di lavoro. È lontano lo stereotipo del manager di successo degli anni 80 che diceva ‘i problemi personali vanno lasciati fuori dall’ufficio’. Un cambiamento legato anche ad una questione di genere: il raggiungimento di ruoli apicali da parte delle donne ha fatto emergere caratteristiche ‘femminili’ di leadership legate all’empatia, alla gentilezza stessa, al prendersi cura degli altri. Un nuovo approccio decisamente più consono per i tempi attuali, anche perché le organizzazioni si muovono se le singole persone che ne fanno parte hanno una percezione del senso del loro lavoro. Le aziende – conclude Sarobba – lo stanno comprendendo sempre di più e sono sempre più numerose quelle che investono risorse economiche ed organizzative nel creare un contesto e un ambiente di lavoro positivo, piacevole, gentile. Ed è auspicabile che anche il mondo sanitario riscopra questo stile organizzativo per recuperare la motivazione e il senso di appartenenza degli operatori, se si vuole invertire l’attuale fuga di massa dei professionisti dal Ssn”.

 

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