La vaccinazione dei pazienti anziani e fragili è oggi una delle grandi sfide della prevenzione primaria. L’invecchiamento della popolazione, la crescita delle cronicità e la maggiore complessità dei bisogni assistenziali impongono un cambio di passo: non basta più offrire il vaccino, occorre costruire percorsi capaci di identificare le persone a maggior rischio, raggiungerle, accompagnarle nella scelta e garantire un accesso semplice, tracciato e omogeneo.
È questo il filo conduttore del nuovo appuntamento di Prevention Talk, dedicato al tema “La vaccinazione nei pazienti anziani e fragili. Strategie, sfide e modelli per una prevenzione efficace”.
A fare da cornice, il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031, che conferma la prevenzione lungo tutto il corso della vita e nei diversi luoghi di vita, cura e lavoro come asse strategico della programmazione sanitaria. Il Piano, pubblicato dal Ministero della Salute il 22 maggio 2026, individua nella prevenzione un ambito centrale per la salute pubblica e per la sostenibilità dei servizi sanitari. Il Ministero ha inoltre sottolineato che il nuovo PNP prevede un rafforzamento delle risorse dedicate alla prevenzione, con ulteriori 50 milioni di euro per il 2026 a sostegno delle attività preventive territoriali e degli adempimenti previsti dall’Intesa Stato-Regioni.
Al confronto hanno partecipato Enrico Di Rosa, presidente SItI; Tecla Mastronuzzi, responsabile Prevenzione SIMG; Marco Meconi, presidente Federfarma Marche; Roberto Ieraci, infettivologo vaccinologo del Gruppo Strategie Vaccinali della Regione Lazio; Vito Montanaro, direttore del Dipartimento Promozione Salute della Regione Puglia; e Francesca Russo, direttrice Prevenzione della Regione Veneto.
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Di Rosa: “La prevenzione vaccinale è una priorità del Ssn e una chiave di sostenibilità”
Ad aprire il confronto è stato Enrico Di Rosa, presidente SItI, chiamato a inquadrare le principali criticità della protezione vaccinale dell’anziano e del paziente fragile.
“La prevenzione vaccinale è uno strumento efficacissimo per proteggere la popolazione anziana e tutte le persone che si trovano in condizioni di vulnerabilità nei confronti delle patologie infettive prevenibili”, ha spiegato Di Rosa. Il punto, ha aggiunto, non è solo evitare l’infezione, ma soprattutto ridurne le conseguenze più gravi: “ospedalizzazione, ricovero in terapia intensiva, accesso al pronto soccorso, perdita di autosufficienza e decesso”.
Per Di Rosa, il tema è quindi pienamente sanitario, ma anche organizzativo ed economico: “Il presidio della prevenzione vaccinale nei confronti di questi soggetti è assolutamente una priorità del Servizio sanitario nazionale ed è una chiave di volta per garantirne la sostenibilità”.
Il problema, tuttavia, resta la capacità di raggiungere davvero le persone eleggibili. Di Rosa ha ricordato il caso dell’antinfluenzale, “il prototipo” delle campagne vaccinali rivolte agli anziani, dove nonostante lo sforzo dei servizi sanitari e della medicina generale “raggiungiamo poco più del 50% della popolazione avente diritto”. Ancora più difficile, ha aggiunto, è intercettare i soggetti vulnerabili per condizione clinica.
Da qui le due grandi sfide: “Una sfida comunicativa e una sfida organizzativa”. Serve, secondo Di Rosa, “aumentare la consapevolezza delle persone del vantaggio della vaccinazione”, ma anche costruire “reti di erogazione più ampie e articolate possibili”, capaci di agire in modo coordinato.
Mastronuzzi: “Ogni visita può diventare un’occasione vaccinale”
Il secondo intervento ha portato il confronto dentro l’ambulatorio del medico di medicina generale. Per Tecla Mastronuzzi, responsabile Prevenzione SIMG, la prima leva è proprio la relazione continuativa tra medico e paziente.
“I pazienti anziani e fragili sono grandi frequentatori dei nostri ambulatori”, ha ricordato. Visite, controlli, rinnovi terapeutici, riacutizzazioni e monitoraggi diventano così occasioni preziose: “ognuno di questi momenti può essere un’occasione vaccinale”.
Ma per Mastronuzzi è necessario superare la semplice raccomandazione generica: “Dobbiamo abbandonare l’idea del ‘lei dovrebbe vaccinarsi’ e fare una presa in carico attiva e personalizzata”. Questo significa valutare i vaccini già effettuati, identificare il fabbisogno specifico del singolo paziente, informarlo sulle opportunità disponibili e, quando possibile, procedere subito alla somministrazione.
Il valore aggiunto della medicina generale sta nella conoscenza profonda del paziente: “noi conosciamo le loro storie cliniche, conosciamo le storie familiari, quindi abbiamo consapevolezza di quali possono essere gli ostacoli alla scelta vaccinale, anche emotivi”. Per questo, ha spiegato, il counselling personalizzato è centrale: “l’obiettivo non è mai un braccio di ferro da vincere, è sempre un colloquio informativo che consenta una scelta consapevole”.
Meconi: “La farmacia presidio di prossimità e consulenza”
Il tema della prossimità è stato ripreso da Marco Meconi, presidente Federfarma Marche, che ha sottolineato il ruolo crescente delle farmacie nella prevenzione vaccinale.
“Le farmacie rappresentano, insieme ai medici di medicina generale, un presidio di consulenza per questa tipologia di cittadini”, ha detto. Anziani, pazienti cronici e caregiver sono infatti tra i principali frequentatori delle farmacie, e questo consente di aprire “molteplici occasioni di consulenza sulla vaccinazione, anche fuori dalle tematiche stagionali”.
Meconi ha ricordato il contributo già dato dalle farmacie durante la campagna Covid, ma anche in successive esperienze regionali. Nelle Marche, ha spiegato, le farmacie sono state coinvolte anche su vaccinazioni con coperture più basse in particolare nelle aree interne e rurali, “dove anche il medico di medicina generale è meno presente e il distretto è sicuramente meno presente”.
Restano però alcune criticità: “la formazione”, soprattutto per i farmacisti che non si sono abilitati nella prima fase, e “le difficoltà burocratiche”, comuni a molti operatori sanitari. Ma il percorso, ha concluso, “è avviato e rappresenta sicuramente un’opportunità”.
Ieraci: “La vaccinazione deve essere easy, facilmente accessibile”
Con Roberto Ieraci, infettivologo vaccinologo del Gruppo Strategie Vaccinali della Regione Lazio, il confronto si è spostato sulle barriere di accesso e sulle grandi vaccinazioni dell’anziano fragile.
“In un contesto caratterizzato da progressivo invecchiamento e aumento esponenziale delle malattie croniche, le vaccinazioni sono uno strumento impressionante di prevenzione”, ha affermato. Per Ieraci, il primo nodo è l’accessibilità: “La vaccinazione è una prestazione sanitaria di base e deve essere easy, facilmente accessibile”.
Questo significa ampliare il sistema erogatore: medici di famiglia, pediatri di libera scelta, farmacie di prossimità, centri vaccinali territoriali, con una regia chiara dei Dipartimenti di prevenzione. Nel Lazio, ha spiegato, il sistema è governato dall’Unità complessa vaccinazioni, con l’obiettivo di monitorare e coordinare le diverse componenti.
Il medico di famiglia resta “il punto di riferimento” per la presa in carico del paziente fragile, ma deve essere affiancato da altri presidi. Anche perché la vaccinazione dell’adulto, ha ricordato Ieraci, “ha bisogno di un’offerta attiva” e di una personalizzazione della proposta.
Il ragionamento si allarga alle infezioni respiratorie prevenibili: influenza, Covid, pneumococco e virus respiratorio sinciziale. “Il paziente fragile deve ricevere la migliore protezione possibile”, ha detto Ieraci, richiamando il concetto di health equity: offrire la massima protezione e, al tempo stesso, garantire la sostenibilità del budget regionale.
Sul virus respiratorio sinciziale, Ieraci ha sottolineato come la disponibilità di nuovi strumenti di prevenzione abbia aperto una fase diversa: “la gestione di questa infezione è entrata in una nuova era”. L’obiettivo è ridurre ricoveri, accessi ospedalieri e pressione sul Servizio sanitario nazionale.
Montanaro: “Servono formazione, informazione e risorse”
Per Vito Montanaro, direttore del Dipartimento Promozione Salute della Regione Puglia, la priorità è partire dai numeri e capire perché le adesioni restino insufficienti.
“Negli ultimi anni, soprattutto dopo il Covid, abbiamo rilevato un significativo decremento nel numero delle adesioni”, ha spiegato. In Puglia la copertura per gli ultra 65enni si attesta intorno al 56-57%, al di sotto dello standard minimo del 75% previsto dalle regole nazionali.
Per Montanaro, la causa va cercata anche nella necessità di rafforzare formazione e informazione, sia verso gli operatori sia verso i cittadini. “Dobbiamo recuperare il timore che una larga fetta di cittadini ha maturato subito dopo il Covid”, ha detto, riferendosi alla perdita di fiducia e alla circolazione di interpretazioni erronee sugli eventi successivi alla vaccinazione.
La soluzione passa dal coinvolgimento delle due figure più prossime al cittadino: medico di medicina generale e farmacista. “Quando un cittadino esce di casa, la prima struttura sanitaria che trova è la farmacia. L’altro elemento fondamentale al quale fa riferimento è il medico di medicina generale”.
Per coinvolgerli davvero, però, servono risorse. “Mettere a disposizione più risorse finanziarie potrebbe significare coinvolgere in modo più significativo e convincente queste due categorie professionali”, ha spiegato. Investire in prevenzione significa anche ridurre accessi in pronto soccorso, ricoveri e complicanze evitabili.
Russo: “Percorsi, formazione, chiamata attiva e comunicazione”
La prospettiva del Veneto è stata illustrata da Francesca Russo, direttrice Prevenzione regionale, che ha richiamato l’importanza di percorsi strutturati e costruiti nel tempo.
“I percorsi che funzionano si costruiscono nel tempo”, ha detto. Tra gli elementi qualificanti, Russo ha indicato prima di tutto “la formazione degli operatori e il coinvolgimento di tutti gli operatori coinvolti nel processo vaccinale”.
In Veneto sono state costruite procedure operative approvate con atti formali di Giunta, con l’obiettivo di garantire uniformità in tutte le aziende sanitarie regionali. Queste procedure, ha spiegato Russo, “danno sicurezza agli operatori” e consentono di lavorare secondo percorsi condivisi e strutturati.
Un altro elemento decisivo è l’inserimento di indicatori vaccinali negli obiettivi dei direttori generali. Anche quando il peso dell’indicatore non è elevato, ha osservato, l’attenzione dei direttori generali contribuisce a orientare il territorio verso il raggiungimento degli obiettivi regionali.
Fondamentali anche chiamata attiva, recall e comunicazione. “Se una persona non si presenta viene richiamata”, ha spiegato Russo. La comunicazione, inoltre, non passa più soltanto da lettere o messaggi tradizionali, ma anche dal fascicolo sanitario, dal cellulare e dai social, per raggiungere fasce di popolazione diverse.
Misurare l’efficacia: coperture, anagrafe e sistemi interoperabili
Nel secondo giro di tavolo il confronto si è concentrato sui modelli da mettere in campo. A Di Rosa è stato chiesto quali indicatori usare per misurare davvero l’efficacia della prevenzione vaccinale nel fragile.
“Quando ci mettiamo in gioco per un intervento preventivo dobbiamo essere in grado di valutarne adeguatamente l’impatto”, ha sottolineato. Gli indicatori di processo, come il numero di dosi somministrate, sono importanti, ma non sufficienti. Serve una vera anagrafe vaccinale nazionale e accessibile.
“L’anagrafe vaccinale può svolgere un ruolo fondamentale”, ha spiegato Di Rosa, auspicando un sistema in cui tutte le attività vaccinali confluiscano a livello nazionale e siano fruibili da tutti gli operatori in modo rapido.
Accanto all’anagrafe, però, servono sistemi informativi interoperabili: dati sui consumi di farmaci, ricoveri, terapie intensive e sorveglianza delle malattie infettive devono poter dialogare. L’obiettivo è dimostrare l’impatto delle vaccinazioni e trasformarlo in comunicazione ai cittadini: mostrare cioè il contributo favorevole della prevenzione vaccinale alla salute e alla sostenibilità del sistema.
Ieraci: “Chi parla di vaccini è il vero influencer”
Sul tema della destagionalizzazione, Ieraci ha riportato il discorso alla formazione degli operatori. “Chi fa i vaccini, chi parla di vaccini, chi comunica sui vaccini è il vero influencer delle decisioni di vaccinazione”, ha affermato.
Per questo, ha aggiunto, la formazione di medici di famiglia, farmacisti e vaccinologi dei centri vaccinali deve essere continua e strutturata. Ieraci ha richiamato anche il ruolo dell’università: “Oggi nel nostro Paese c’è una difficoltà a insegnare la vaccinologia nelle università italiane”.
La vaccinologia, ha spiegato, è oggi una disciplina che accompagna la persona “dalla donna in gravidanza fino a 120 anni”, includendo comorbidità, fragilità e nuove prospettive di prevenzione.
La destagionalizzazione richiede però anche organizzazione logistica. Non basta raccomandare una vaccinazione se poi il vaccino non è disponibile. “Il medico di famiglia deve essere messo in condizione di avere quel necessario quantitativo di vaccino per poter decidere in sicurezza: ti raccomando la vaccinazione, apro il frigorifero e ti somministro il vaccino”.
Veneto, la P di prevenzione nei PDTA
Russo ha raccontato l’esperienza veneta nella costruzione di percorsi dedicati ai soggetti fragili. “Da circa due anni abbiamo individuato in ogni azienda sanitaria un ambulatorio specifico per la vaccinazione dei fragili”, ha spiegato. Una scelta motivata dal fatto che alcuni pazienti necessitano di valutazioni personalizzate, per terapie in corso, immunodepressione o condizioni cliniche specifiche.
Il Veneto ha inoltre avviato un percorso sui P-PDTA, cioè l’inserimento della prevenzione all’interno dei Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali. “Ai percorsi diagnostico-terapeutici abbiamo agganciato la P di prevenzione”, ha detto Russo. In molti casi questa prevenzione si traduce proprio in vaccinazioni raccomandate.
Il percorso è già stato avviato in ambito oncologico e in altre patologie, come scompenso cardiaco e demenze. Sul piano organizzativo, il Veneto ha anche scelto di destagionalizzare alcune vaccinazioni: “Per lo pneumococco l’abbiamo disgiunto dalla vaccinazione antinfluenzale”, ha esemplificato Russo, osservando che questa scelta ha portato a una maggiore adesione.
Montanaro: “Investire oggi per risparmiare domani e qualificare la spesa”
Tornando sulle leve da mettere in campo, Montanaro ha indicato tre priorità: informazione, formazione e risorse finanziarie.
L’informazione, ha spiegato, riguarda i cittadini ma anche gli operatori. La formazione serve a rendere ogni professionista parte di un percorso di sensibilizzazione. Le risorse sono indispensabili per trasformare le intenzioni in azioni.
“Vaccinarsi potrebbe significare non arrivare in chiave emergenziale in ospedale”, ha detto Montanaro. E ancora: “Vaccinarsi potrebbe significare per il cittadino e per l’operatore sanitario contribuire a misurare la capacità di uno Stato di investire qualche milione di euro in più oggi per risparmiarne tantissimi in futuro”.
Il risparmio, ha precisato, non va inteso come taglio del Fondo sanitario, ma come qualificazione della spesa: usare meglio le risorse, orientandole verso innovazione, farmaci ad alto costo e nuovi modelli di cura.
Mastronuzzi: “La condizione vaccinale deve diventare un parametro di buona cura”
Nel secondo giro, Mastronuzzi ha insistito sulla necessità di integrare la vaccinazione nella gestione ordinaria del paziente cronico.
“La vaccinazione deve diventare un indicatore stabile di buona qualità di cura”, ha affermato. Come per il paziente iperteso si misura la pressione, e per il diabetico l’emoglobina glicata, così per l’anziano fragile la condizione vaccinale deve diventare un parametro clinico da valutare sistematicamente.
La medicina generale, però, non può lavorare da sola. “Ogni figura sanitaria dovrebbe lavorare sulla prevenzione vaccinale”, ha detto Mastronuzzi, richiamando il ruolo degli specialisti che seguono pazienti con BPCO, scompenso cardiaco, malattia renale o altre cronicità. La coerenza dei messaggi, ha aggiunto, aiuta il paziente nella scelta.
Tra gli strumenti concreti, Mastronuzzi ha indicato la digitalizzazione: “Non perché ci debba allontanare dal paziente, ma perché ci avvicina al paziente”. I software della medicina generale permettono di individuare con un click i pazienti da vaccinare per pneumococco, influenza o Covid, inviare promemoria e organizzare prenotazioni. “A volte il paziente non si vaccina perché non sa che deve vaccinarsi”, ha ricordato con disarmante chiarezza.
Meconi: “Per fortuna non parliamo più di segmentazione tra professioni”
A chiudere il secondo giro è stato Meconi, che ha portato l’esperienza delle Marche nella collaborazione tra farmacie, medici di famiglia e servizi vaccinali.
“È bello che non parliamo più della segmentazione tra le professioni sanitarie”, ha detto. “Oggi abbiamo capito che, se vogliamo aumentare i tassi vaccinali, dobbiamo lavorare tutti insieme”.
Nelle Marche, ha spiegato, sono state introdotte in farmacia, oltre al Covid e all’influenza, anche vaccinazioni come herpes zoster, papilloma virus e pneumococco, “facendoci governare dai Dipartimenti di prevenzione” e collaborando con i medici di medicina generale.
Uno degli elementi più importanti è il sistema informatico comune: “Tutti vediamo che cosa il medico ha fatto e dove può intervenire la farmacia”. Questo consente continuità, evita duplicazioni e rende più semplice completare i cicli vaccinali. Su questo punto Meconi ha citato, per esempio, anche la possibilità che la seconda dose venga somministrata in farmacia, per semplificare l’accesso a popolazioni che possono avere difficoltà logistiche o di orario.
Infine, la logistica: “Il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta hanno bisogno di una dose? Grazie alla farmacia, in mezza giornata arriva la dose anche nel paese più piccolo della regione”.
I take home message: comunicazione, risorse, anagrafe e integrazione
Nella parte finale, il conduttore ha chiesto ai relatori un messaggio operativo per decisori, professionisti e cittadini.
Per Di Rosa, le parole chiave sono comunicazione ed erogazione. Serve “una comunicazione autorevole, istituzionale alta”, ma anche “una rete di erogazione la più ampia e agile possibile”. Accanto a questo, ha aggiunto, servono politiche vaccinali chiare, con obiettivi ambiziosi ma realistici e risorse coerenti: “Altrimenti i piani diventano una serie di desideri”.
Mastronuzzi ha lanciato tre messaggi. Ai medici di famiglia: “Abbandonare la casualità” e passare da una medicina di opportunità a una medicina “proattiva, sistematica”. Ai decisori: “Aiutateci con le anagrafi vaccinali”. Ai cittadini: “Imparare a utilizzare lo strumento vaccinale”, perché può aiutare a vivere “tanti anni in autonomia e buona salute”.
Russo ha richiamato la responsabilità dei decisori nel garantire risorse umane, risorse economiche e un’alleanza comunicativa uniforme. “Tutti dobbiamo dare lo stesso messaggio”, ha detto, perché dall’uniformità del messaggio dipende anche “la credibilità di tutto il sistema”.
Montanaro ha insistito su informazione, formazione e finanziamenti: “La politica deve finanziare percorsi di informazione e formazione degli operatori sanitari e dei cittadini”. Solo così, ha aggiunto, si può far riguadagnare fiducia nei percorsi vaccinali e di prevenzione.
Per Ieraci, servono “una comunicazione univoca, coerente con le evidenze scientifiche”, formazione specifica per gli operatori sul campo e disponibilità di risorse umane e finanziarie. Il messaggio ai cittadini è semplice: “Le malattie prevenibili da vaccino sono, appunto, prevenibili” e i vaccini aiutano a migliorare qualità e benessere della vita.
Meconi ha concluso ribadendo il valore dell’integrazione: “Sarà l’arma che ci consentirà di vaccinare e sostenere il sistema sanitario”. Senza prevenzione, ha ricordato, il Servizio sanitario nazionale rischia di non essere sostenibile: “i cittadini si devono vaccinare, devono credere nelle opportunità sanitarie del vaccino; gli operatori sanitari devono essere messi in condizione di vaccinare”.
Una sfida di sistema
Dal talk emerge un messaggio netto: la vaccinazione dell’anziano e del paziente fragile non può essere affidata alla sola iniziativa del cittadino né alla sensibilità del singolo professionista. È una sfida di sistema, che richiede alleanze, programmazione, prossimità, dati, formazione, comunicazione e risorse.
Medici di famiglia, farmacie, Dipartimenti di prevenzione, specialisti, Regioni e istituzioni nazionali sono chiamati a costruire una prevenzione più proattiva e meno episodica. Non una campagna isolata, ma un percorso stabile di presa in carico.
La posta in gioco non è soltanto aumentare le coperture vaccinali. È proteggere autonomia, qualità della vita e salute delle persone più vulnerabili. Ed è, allo stesso tempo, contribuire alla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, evitando complicanze, accessi impropri e ricoveri prevenibili.