Medicina di precisione. L’Aifa traccia la rotta: “Non un lusso per pochi, ma un diritto per tutti”

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L’Italia si prepara a una svolta epocale nel modo di curare. Non più terapie standardizzate per il “paziente medio”, ma cure sempre più mirate, basate sul patrimonio genetico, sullo stile di vita e sulla storia clinica di ciascun individuo. È la medicina di precisione, al centro di un dossier pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), che ne analizza l’impatto sulla pratica clinica e sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

“La medicina di precisione non è un lusso per pochi, ma un diritto per tutti – sottolinea il presidente dell’Aifa, Robert Nisticò –. È il modo più etico ed efficace di curare, perché consente di evitare trattamenti inutili e mette davvero al centro la persona”.

Cos’è la medicina di precisione
Negli ultimi vent’anni la rivoluzione genomica ha cambiato le carte in tavola. Il completamento del Progetto Genoma Umano nel 2003 ha aperto la strada a una nuova era della biomedicina, in cui è diventato possibile leggere in dettaglio il DNA di ciascuno e collegarlo alla risposta ai farmaci o al rischio di sviluppare certe patologie.

Nella pratica clinica, questo modello si traduce nell’impiego di strumenti innovativi: la genomica e la farmacogenomica consentono di analizzare il DNA per individuare varianti che influenzano la risposta ai farmaci; la trascrittomica, la proteomica e la metabolomica permettono di osservare l’attività biologica dei sistemi cellulari; l’epigenetica studia le modificazioni legate all’ambiente e agli stili di vita; mentre la bioinformatica e l’intelligenza artificiale integrano grandi quantità di dati per supportare le decisioni cliniche.

L’Italia e la sfida dell’invecchiamento
Il cambiamento è particolarmente rilevante in Italia, uno dei Paesi più longevi al mondo. Secondo il dossier, il 24% della popolazione ha più di 65 anni: oltre 14 milioni di persone. L’invecchiamento della popolazione comporta un aumento delle patologie croniche e della cosiddetta politerapia: il 68% degli over 65 riceve prescrizioni di almeno cinque farmaci diversi e il 28,5% ne assume dieci o più.

Questa condizione aumenta esponenzialmente il rischio di interazioni farmacologiche, errori terapeutici e reazioni avverse, ma ha anche un impatto sociale significativo: riduce l’autonomia degli anziani, complica la vita dei caregiver e genera costi diretti e indiretti per il sistema sanitario.

Un rischio concreto è la cosiddetta “prescrizione a cascata”: un farmaco viene prescritto per trattare un effetto collaterale causato da un altro, innescando un circolo vizioso che porta il paziente ad assumere un numero crescente di medicinali.

“Non possiamo più permettere che la politerapia diventi una condanna per gli anziani – evidenzia Nisticò – La sfida è prescrivere meglio, non di più, utilizzando le informazioni genetiche e cliniche per evitare rischi inutili”.

Prescrittomica: la nuova scienza della prescrizione
In questo scenario si inserisce la prescrittomica, disciplina che applica i principi della medicina di precisione alla gestione delle terapie farmacologiche, con l’obiettivo di ottimizzare le prescrizioni e ridurre le interazioni tra farmaci.

Alla base della prescrittomica c’è la farmacogenomica, la scienza che studia come le varianti genetiche influenzano la risposta ai farmaci. Due pazienti che assumono la stessa molecola possono avere esiti opposti: uno trarne beneficio, l’altro andare incontro a effetti avversi gravi.

“La prescrittomica è il ponte tra la conoscenza dei geni e la pratica clinica quotidiana – aggiunge Nisticò – Significa superare la medicina per tentativi e offrire cure più sicure, soprattutto ai pazienti più fragili”.

Oncologia di precisione: una rivoluzione già in atto
Un ambito in cui questa rivoluzione è già realtà è l’oncologia. Per decenni la chemioterapia ha rappresentato lo strumento principale contro il cancro, colpendo indiscriminatamente cellule tumorali e sane, con effetti collaterali significativi. Le terapie mirate, invece, riconoscono e bloccano specifici meccanismi molecolari delle cellule tumorali, risultando più selettive e generalmente meglio tollerate.

Il dossier illustra le principali categorie di farmaci oncologici mirati: gli inibitori delle tirosin-chinasi (TKI) che bloccano enzimi fondamentali per la proliferazione tumorale; gli anticorpi monoclonali progettati per riconoscere bersagli specifici sulle cellule tumorali; le immunoterapie che attivano il sistema immunitario contro il tumore; gli immuno-coniugati (ADC) che combinano anticorpi monoclonali e agenti citotossici; e i vaccini terapeutici, ancora in sviluppo, che puntano ad addestrare il sistema immunitario a riconoscere e colpire selettivamente le cellule tumorali.

Centrale è il ruolo dei biomarcatori: per scegliere la terapia più efficace non basta conoscere la sede del tumore, ma è necessario analizzarne il profilo molecolare. Mutazioni in geni come EGFR, ALK o ROS1 guidano la scelta terapeutica, spostando l’attenzione dalla localizzazione anatomica al “codice genetico” della malattia.

“In oncologia la medicina di precisione è già realtà, ma richiede un cambio di paradigma – osserva Nisticò – Dobbiamo passare da una visione basata sull’organo a una basata sulle caratteristiche molecolari della malattia”.

Verso il passaporto farmacogenomico
Guardando al futuro, il dossier evidenzia il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale e della bioinformatica, che permetteranno di sviluppare modelli predittivi sempre più accurati e di integrare dati clinici, genetici e ambientali.

Tra le prospettive più innovative vi è il passaporto farmacogenomico, una sorta di carta d’identità genetica del paziente che potrebbe accompagnarlo per tutta la vita. Immaginiamo un cittadino che, a 40 anni, effettua un test farmacogenomico completo. Quelle informazioni lo accompagneranno per sempre, consentendo ai medici, in ogni fase della sua vita, di scegliere terapie più appropriate e sicure.

“Il passaporto farmacogenomico rappresenta una prospettiva concreta per migliorare sicurezza ed efficacia delle cure – conclude Nisticò – È una sfida che richiede governance, equità e responsabilità nell’uso dei dati”.

Un nuovo patto tra scienza, istituzioni e cittadini
Il dossier non nasconde le sfide ancora aperte: i costi elevati di test genetici e terapie mirate, l’accessibilità disomogenea sul territorio nazionale, la necessità di formare i medici a nuove competenze, e gli aspetti etici legati alla gestione dei dati genomici.

Ma la direzione è tracciata. La medicina di precisione non è solo un’evoluzione scientifica, ma un cambiamento strutturale e culturale che coinvolge l’intero sistema sanitario. Come scrive Nisticò nelle conclusioni del dossier, si tratta di “un nuovo patto tra scienza, istituzioni e cittadini”, per superare il modello “uguale per tutti” e costruire una sanità più efficace, più sostenibile e realmente su misura per ogni persona.

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