Al Congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO 2026), che si è svolto a Chicago dal 29 maggio al 2 giugno, AstraZeneca ha presentato nuovi dati che evidenziano il potenziale dell‘immunoterapia nel tumore del fegato e della vescica e i primi risultati di un nuovo farmaco sperimentale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. I risultati derivano dagli studi di fase III EMERALD-3 e POTOMAC e dallo studio di fase I PRIMAVERA.
Lo studio EMERALD 3 – Tumore del fegato
Dallo studio EMERALD-3 è emerso che durvalumab e tremelimumab, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (TACE) – hanno portato a un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto alla sola chemioembolizzazione transarteriosa nei pazienti con carcinoma epatocellulare (HCC) non resecabile eleggibile per l’embolizzazione. I pazienti dei bracci sperimentali sono stati trattati con il regime STRIDE (Single Tremelimumab Regular Interval Durvalumab), con o senza lenvatinib, prima di chemioembolizzazione transarteriosa e successivamente in concomitanza con questa procedura.
Riduzione del rischio di malattia o morte
In un’analisi ad interim pianificata, il regime STRIDE in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa ha dimostrato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia o di morte in assenza di progressione rispetto alla sola chemioembolizzazione transarteriosa (rapporto di rischio [HR] per PFS 0,70; intervallo di confidenza [IC] al 95% 0,57-0,86; p=0,0007).
La sopravvivenza mediana libera da progressione (PFS) è stata di 13,0 mesi per questo regime terapeutico rispetto a 9,8 mesi con chemioembolizzazione transarteriosa. Il miglioramento di PFS è risultato costante in tutti i principali sottogruppi di pazienti predefiniti.
Per l’endpoint secondario di sopravvivenza globale (OS), è stata osservata una sopravvivenza numericamente migliore con il regime STRIDE con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa rispetto alla sola chemioembolizzazione transarteriosa, anche se con il follow-up attuale la differenza non risulta statisticamente significativa (HR 0,84; IC 95% 0,65-1,09; p=0,1814).
La sopravvivenza libera da progressione di malattia
Anche se non sono stati formalmente valutati in questa analisi, gli endpoint secondari di sopravvivenza libera da progressione di malattia e di sopravvivenza globale per il braccio di trattamento che ha confrontato il regime STRIDE (senza lenvatinib) più chemioembolizzazione transarteriosa rispetto a questa sola procedura, hanno mostrato un miglioramento clinicamente significativo di sopravvivenza libera da progressione di malattia (HR 0,71; IC 95% 0,56-0,91; p nominale=0,0062) e di sopravvivenza globale (HR 0,70; IC 95% 0,51-0,95; p nominale=0,0233). La sopravvivenza libera da progressione di malattia mediana è stata di 12,9 mesi per STRIDE più chemioembolizzazione transarteriosa rispetto a 8,1 mesi per la sola procedura,
In un’analisi esplorativa predefinita che ha messo a confronto i due bracci dello studio, è stato osservato un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione (PFS) a favore del braccio trattato con lenvatinib nei pazienti con eziologia non virale (HR 0,70; IC al 95%: 0,44-1,09). Lo studio proseguirà per valutare la sopravvivenza globale (OS) e altri endpoint secondari chiave in entrambi i bracci dello studio.
I commenti degli esperti
“Circa il 30% dei pazienti con carcinoma epatocellulare, il più comune tumore del fegato, è eleggibile per l’embolizzazione, una procedura di radiologia interventistica che blocca l’afflusso di sangue al tumore e permette di somministrare la chemioterapia o la radioterapia direttamente al fegato – spiega Lorenza Rimassa, Professore Associato di Oncologia Medica all’Humanitas University e Responsabile dell’UO di Oncologia Epatobiliopancreatica all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano – Nonostante sia lo standard di cura in questo setting, la maggior parte dei pazienti sottoposti a embolizzazione presenta progressione di malattia entro un anno. I pazienti affetti da tumore al fegato idonei all’embolizzazione hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche per ritardare la progressione di malattia e migliorare la prognosi. Nello studio EMERALD-3, è stato utilizzato il regime STRIDE, basato su un innovativo approccio di ‘priming immunitario’ con una singola dose di tremelimumab seguita da durvalumab in monoterapia. Quest’unica somministrazione di tremelimumab è in grado di fornire una ‘spinta’ alla risposta immunitaria, offrendo maggiore efficacia. Con questo regime di doppia immunoterapia, nello studio EMERALD-3 quasi un paziente su tre è vivo e senza progressione di malattia a due anni dal trattamento. Si tratta di un progresso significativo associato a una tendenza al miglioramento della sopravvivenza, con o senza l’aggiunta di lenvatinib. Il razionale di EMERALD-3 si basa sullo studio HIMALAYA, che ha coinvolto pazienti con malattia in stadio avanzato, in cui il regime STRIDE ha dimostrato un beneficio duraturo in termini di sopravvivenza globale e per i quali rappresenta oggi uno standard terapeutico”.
Ogni anno in Italia sono stimate oltre 12.500 nuove diagnosi di tumore del fegato. “La maggioranza dei casi è riconducibile a fattori di rischio noti, quali l’infezione da virus dell’epatite B e C – spiega Massimo Di Maio, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) – Negli ultimi anni, si è osservato un progressivo incremento dei casi ‘non virali’, cioè ad eziologia metabolica, in genere legata a sovrappeso e diabete, o ad eziologia mista, metabolica ed etilica. Questo cambiamento epidemiologico è dovuto all’effetto della vaccinazione anti-HBV, in Italia obbligatoria da più di 30 anni, alle terapie antivirali per l’HCV e a stili di vita scorretti, cioè all’alimentazione eccessiva e ricca di grassi e alla sedentarietà, che caratterizzano i Paesi occidentali. La sorveglianza con ecografia epatica semestrale delle persone a rischio, cioè con epatopatia cronica, consente la diagnosi di tumore del fegato in stadio precoce, con interventi potenzialmente curativi, e di migliorare la sopravvivenza. Purtroppo, in più della metà dei casi, la malattia è scoperta in stadio avanzato. L’immunoterapia ha già dimostrato di essere efficace nello stadio metastatico, dove è diventata standard di cura. I risultati dello studio EMERALD-3 sono un esempio della possibilità di sperimentare l’impiego di trattamenti già dimostrati efficaci nella malattia avanzata anche in stadi più precoci, come accaduto in molti tipi di tumori”.
“Il trapianto di fegato può essere parte della cura per pazienti con malattia confinata al fegato, in qualsiasi momento si osservi una sufficiente risposta alle cure per un determinato periodo di tempo – afferma Vincenzo Mazzaferro, Professore di Chirurgia all’Università degli Studi di Milano e Direttore della Chirurgia Oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di Fegato alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Il numero di trapianti in Italia è di circa 1700, con un aumento progressivo e significativo della quota di pazienti oncologici. Per i pazienti con malattia in stadio intermedio, lo standard di cura fino a oggi è stato rappresentato dalla TACE, cioè una procedura di radiologia interventistica. Lo studio EMERALD-3 evidenzia il ruolo importante del regime immunoterapico STRIDE in combinazione con la TACE, quando la funzionalità epatica non è compromessa. Sulla base dello studio EMERALD-3 è verosimile che sarà significativo il numero di pazienti in cui il livello di risposta tumorale sarà compatibile con terapie curative come la resezione del tumore o il trapianto. Va ricordato che la miglior gestione dell’epatocarcinoma, che frequentemente complica un quadro di cirrosi, richiede il contributo di diversi specialisti, che compongono i team multidisciplinari”.
Lo studio POTOMAC – Tumore della vescica
I dati più recenti dello studio di fase III POTOMAC, presentati ad ASCO 2026, rendono conto di come circa il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva sia vivo a 5 anni. Un risultato ottenuto grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab di AstraZeneca alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus Calmette-Guérin (BCG). Il nuovo regime terapeutico, inoltre, non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita, valutata attraverso questionari compilati dai pazienti.
“Da oltre 10 anni non vi erano evidenti progressi per questi pazienti, che vengono trattati con intento curativo – afferma Patrizia Giannatempo, dirigente medico della struttura Dipartimentale di Oncologia Medica Genitourinaria, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – L’attuale standard di cura è costituito dalla TURBT, la resezione transuretrale del tumore, seguita dall’instillazione di BCG direttamente nella vescica. Un’elevata percentuale di pazienti, però, presenta recidiva e progressione di malattia, che possono richiedere ripetute procedure invasive fino alla cistectomia, l’intervento chirurgico di rimozione della vescica. Da qui la necessità di nuove opzioni di cura”.
“Nella malattia non muscolo infiltrante ad alto rischio, l’obiettivo è evitare la cistectomia e le procedure invasive, che possono avere un impatto negativo sulla qualità di vita – continua Patrizia Giannatempo -. L’aggiunta di durvalumab, per 12 mesi, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG consente di raggiungere tassi elevati di sopravvivenza a 5 anni. Nello studio POTOMAC, la qualità di vita è stata ‘misurata’ sulla base di tre questionari, PRO, QLQ-C30 e QLQ-NMIBC24. QLQ-C30 ha incluso la valutazione della funzionalità fisica, cioè è specificamente dedicato ai sintomi e agli aspetti psicologici correlati al tumore della vescica non muscolo-invasivo. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l’impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con BCG. Questi pazienti presentano molto spesso un bisogno improvviso e impellente di urinare, che può influire significativamente sulla quotidianità e sulla percezione della propria autonomia”.
“QLQ-NMIBC24 – continua Giannatempo – è un questionario specificamente dedicato ai pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo e valuta, oltre ai sintomi urinari e agli effetti dei trattamenti intravescicali, aspetti legati alla percezione della malattia e alle preoccupazioni per il futuro. Come atteso con un trattamento immunoterapico prolungato, è stato osservato un moderato peggioramento della fatigue riportata dai pazienti. Tuttavia, l’impatto complessivo sui patient-reported outcomes è risultato limitato e globalmente comparabile al solo trattamento con BCG. Si tratta di un elemento particolarmente rilevante in una patologia caratterizzata da trattamenti protratti nel tempo e dalla necessità di preservare, oltre al controllo della malattia, anche la funzionalità vescicale e la qualità di vita”.
“Nel 2025, in Italia, sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica – osserva Rossana Berardi, Presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche – Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate quindi in una fase iniziale della malattia, nella quale le nuove terapie possono aumentare significativamente le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo. Grande attenzione deve essere rivolta anche alla prevenzione”.
“Circa la metà dei casi è legata al fumo di sigaretta – conclude Berardi – che aumenta di quasi cinque volte il rischio di sviluppare la malattia rispetto ai non fumatori. Un dato particolarmente rilevante riguarda la popolazione femminile, in cui il tabagismo è in crescita e, di conseguenza, aumentano anche le diagnosi di tumore della vescica. Sebbene questa neoplasia sia ancora più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L’ematuria, che rappresenta il principale campanello d’allarme della malattia, viene infatti spesso inizialmente attribuita ad altre condizioni urologiche o ginecologiche, ritardando l’avvio degli accertamenti diagnostici. È quindi fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza anche in ottica di medicina di genere, per favorire diagnosi più tempestive e migliori possibilità di cura. Infine, circa il 10% dei casi è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche presenti, ad esempio, in coloranti, diserbanti e idrocarburi. Le categorie professionali maggiormente esposte devono pertanto essere sottoposte a programmi di monitoraggio e sorveglianza dedicati”.
Lo studio PRIMAVERA – Linfoma di Hodgkin
Un nuovo candidato mirato, AZD3470, è efficace in circa il 50% dei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, e ha determinato, alle dosi più elevate, risposte complete in una percentuale significativa, pari al 35%, con un buon profilo di sicurezza. È quanto emerge dai dati dello studio internazionale di Fase 1 PRIMAVERA, promosso da AstraZeneca e presentato al Congresso ASCO 2026. I due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani: lo IEO e l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna.
“Lo studio PRIMAVERA apre nuove vie della ricerca e si basa su un razionale biologico molto forte – spiega Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano, che ha presentato lo studio al Congresso ASCO – -. La molecola AZD3470 agisce con un meccanismo epigenetico, cioè modula l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP, una condizione che porta all’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Quest’ultimo costituisce proprio il bersaglio del farmaco. Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione”-
Nello studio PRIMAVERA sono stati coinvolti 68 pazienti. “Sono persone molto pretrattate, che avevano esaurito tutte le opzioni terapeutiche disponibili, costituite da chemioterapia, immunoterapia e anticorpi farmaco coniugati – sottolinea Derenzini – Nello studio PRIMAVERA, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Sono stati analizzati 8 livelli di dose. È stato evidenziato un profilo di tollerabilità molto favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”.
AZD3470 è un nuovo farmaco orale molto selettivo, un inibitore di PRMT5 di seconda generazione caratterizzato da elevata tollerabilità, che è in grado di indurre risposte complete in una frazione significativa di pazienti, cioè l’assenza di segni del tumore con le indagini radiologiche.
“Sono risultati straordinari – conclude Derenzini -, se si considera che si tratta di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”.
“Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1 – spiega Gennaro Daniele, segretario di Fondazione AIOM e Direttore programma e UOC di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura. Troppo spesso però l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione. Ad esempio, in Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per restare al centro della ricerca internazionale. Lo studio PRIMAVERA dimostra che l’Italia ha un potenziale enorme in questo tipo di sperimentazioni e, se ci fossero politiche per sostenerle, potremmo essere sempre più protagonisti della ricerca mondiale”.
“Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori – continua Gennaro Daniele – Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione. Lo scopo della fase 1 è verificare, per la prima volta nell’uomo, se una terapia sia sicura. Queste sperimentazioni hanno assunto sempre più anche un ruolo terapeutico, consentendo in alcuni casi la disponibilità di cure innovative. Per questo motivo, è fondamentale agire a livello regolatorio per garantire la rapida approvazione degli studi e fornire ai pazienti l’opportunità di accedere in maniera precoce a trattamenti innovativi”. Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi di linfoma di Hodgkin.