Aderenza terapeutica. Dalla scarsa comprensione dei benefici agli effetti indesiderati. Ecco perché un paziente su 3 non segue correttamente le cure. La nuova survey di Quotidiano Sanità

Aderenza terapeutica. Dalla scarsa comprensione dei benefici agli effetti indesiderati. Ecco perché un paziente su 3 non segue correttamente le cure. La nuova survey di Quotidiano Sanità
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La non aderenza terapeutica non è soltanto il paziente che dimentica di prendere un farmaco. È, più spesso, il punto in cui si rompe l’equilibrio tra prescrizione, comprensione del beneficio, tollerabilità della terapia, routine quotidiana e continuità del rapporto con i professionisti sanitari.

È questo il quadro che emerge dalla nuova survey di Quotidiano Sanità, realizzata dal team Market Research di Homnya, che ha raccolto il punto di vista di 440 professionisti sanitari tra medici di famiglia, pediatri, medici specialisti e farmacisti sul tema della non aderenza terapeutica.

La rilevazione restituisce una fotografia netta: il problema è diffuso, ma soprattutto complesso. Non appare riconducibile a una sola causa, né risolvibile con una sola leva. Nella percezione dei professionisti intervistati, la non aderenza è un fenomeno clinico, relazionale e organizzativo, che attraversa il patient journey e si manifesta soprattutto nelle terapie croniche, nei percorsi lunghi e nei passaggi non adeguatamente presidiati. “La non aderenza terapeutica non nasce solo da una dimenticanza del paziente”, osserva Gadi Schoenheit, Business Unit Director Market Research di Homnya. “Dai dati emerge una fragilità più profonda: il paziente deve capire il beneficio della terapia, riuscire a inserirla nella propria vita quotidiana e sentirsi accompagnato nel tempo”.

Quanto pesa la non aderenza

Secondo i professionisti intervistati, quasi un paziente su tre non segue correttamente le indicazioni mediche. Il dato va letto per quello che è: una percezione professionale, non una misurazione amministrativa dell’aderenza reale. Ma proprio per questo ha un valore specifico: restituisce ciò che medici e farmacisti osservano ogni giorno nella pratica clinica, al banco, negli ambulatori, nel follow-up e nei percorsi di cronicità.

La fotografia è quella di un problema ricorrente e tutt’altro che marginale, ma non riducibile a un comportamento individuale. L’aderenza si costruisce nel tempo: nella chiarezza della spiegazione, nella sostenibilità della terapia, nella gestione degli effetti indesiderati, nella relazione medico-paziente e nella capacità del sistema di non lasciare il paziente solo dopo la prescrizione.

Il problema non ha una sola fase critica

Uno degli elementi più interessanti riguarda il momento in cui l’aderenza tende a perdersi. Le criticità possono emergere nel lungo periodo (23%), dopo i primi mesi di terapia (13%), nei cambi terapeutici (15%), nei passaggi tra specialisti e territorio (20%) e nelle scadenze di follow-up (10%).

Il messaggio è chiaro: la non aderenza non è solo un problema di avvio della terapia. È un problema di mantenimento, transizione e continuità. “Il punto non è solo ricordare al paziente cosa deve assumere”, sottolinea Schoenheit. “Il punto è rendere la terapia comprensibile, tollerabile, sostenibile e monitorata nel tempo. Questa lettura sposta il tema dalla singola prescrizione al percorso. La terapia non basta prescriverla: deve essere capita, accettata, sostenuta nella vita quotidiana e rivalutata quando emergono effetti indesiderati, dubbi, stanchezza terapeutica o difficoltà pratiche”.

Le cause: prima gli effetti collaterali, poi la comprensione del beneficio

La gerarchia delle cause mostra perché leggere la non aderenza come semplice dimenticanza sia riduttivo. Tra i fattori indicati dagli intervistati pesano gli effetti collaterali o indesiderati delle terapie (23%), la scarsa comprensione dei benefici terapeutici (19%), le difficoltà nella continuità delle assunzioni (18%), la perdita di motivazione (18%) e la complessità degli schemi terapeutici (16%). Molto più distanziati i fattori economici o tecnologici, indicati al 7%.

Il quadro è quindi meno economico o tecnologico e molto più clinico-relazionale: tollerabilità, comprensione, motivazione, semplicità dello schema e capacità di inserire il trattamento nella quotidianità. “La non aderenza è un problema clinico, ma anche relazionale e organizzativo”, afferma Schoenheit. “Quando il paziente interrompe o segue male una terapia, spesso il nodo non è solo la volontà individuale: è la tenuta complessiva del percorso di cura”.

Le differenze tra medici, specialisti e farmacisti

Dall’analisi delle opinioni dei diversi target intervistati emergono punti di osservazione differenti, ma convergenti. I medici di famiglia mostrano una sensibilità particolare verso i temi della continuità assistenziale e della sostenibilità quotidiana delle terapie, soprattutto nei pazienti cronici e nelle patologie complesse. Gli specialisti si soffermano maggiormente su effetti collaterali, tollerabilità, complessità degli schemi terapeutici e mantenimento dell’efficacia nel tempo. I farmacisti intercettano invece le interruzioni di terapia, la difficoltà di continuità e i fenomeni di dimenticanza o discontinuità nel ritiro dei farmaci.

“Medici di famiglia, specialisti e farmacisti vedono lo stesso problema da punti diversi”, commenta Schoenheit. “Lo specialista intercetta tollerabilità ed efficacia, il territorio vede la continuità quotidiana, il farmacista coglie routine, ritiro e gestione pratica della terapia”.

È una distinzione importante perché suggerisce che non può esistere una sola risposta valida per tutti. Il paziente non aderente non è sempre lo stesso paziente, nello stesso momento e per la stessa ragione. A volte ha paura degli effetti collaterali. A volte non ha capito il beneficio. A volte non riesce a sostenere uno schema complesso. A volte perde motivazione dopo mesi. A volte semplicemente non riesce a trasformare la prescrizione in una routine stabile.

Le soluzioni suggerite: counseling, semplificazione e follow-up

Alla domanda su quali interventi possano migliorare l’aderenza, emergono diverse opzioni: forme di counseling brevi ma continuative (32%), semplificazione della gestione terapeutica (24%), follow-up con migliore programmazione (21%), maggiore integrazione dei professionisti sanitari (15%) e coinvolgimento di caregiver e familiari (11%).

“Il dato sul caregiver va letto con attenzione”, spiega Giada Bassani, Senior Researcher Market Research di Homnya. “Non è la prima leva indicata in termini numerici, ma segnala un punto cruciale: nella pratica reale l’aderenza non è solo una relazione tra paziente e terapia. Spesso coinvolge una rete informale fatta di famiglia, caregiver e contesto domestico, cioè persone che aiutano il paziente a ricordare, comprendere, organizzarsi e non interrompere”.

Il ruolo del caregiver, in questa prospettiva, non va interpretato come un accessorio del percorso. In molti casi è ciò che permette alla terapia di entrare davvero nella vita quotidiana del paziente e di restarci nel tempo.

Le conseguenze: controllo insufficiente della malattia e aumento dei costi

Le conseguenze indicate dai professionisti confermano il peso clinico e organizzativo del fenomeno. La scarsa aderenza viene associata al controllo insufficiente delle patologie (35%), alle riacutizzazioni (21%) e all’aumento dei costi sanitari (16%).

Non aderire, dunque, non significa soltanto non assumere correttamente un farmaco. Significa aumentare il rischio che la malattia sia meno controllata, che si rendano necessari nuovi accessi o nuove valutazioni, che si consumino risorse e che si incrini la fiducia nella cura.

Il dato sui costi è da non sottovalutare. La non aderenza non consuma solo efficacia clinica: consuma tempo professionale, prestazioni, controlli, capacità organizzativa. È un tema di esiti, ma anche di sostenibilità.

Tecnologia utile, ma non centrale se resta isolata

Nel produrre fenomeni di scarsa aderenza terapeutica, i fattori economici o tecnologici risultano meno rilevanti rispetto alle dimensioni cliniche, relazionali ed educative: vengono indicati al 7%. Il dato non significa che il digitale sia inutile. Significa che non viene percepito come la risposta principale se resta isolato dal percorso di cura.

“Il punto non è contrapporre tecnologia e relazione”, spiega Bassani. “Reminder e strumenti digitali possono aiutare, ma solo se inseriti in un percorso fatto di counseling, follow-up, semplificazione terapeutica e integrazione tra professionisti. Da soli rischiano di ricordare al paziente una terapia che resta comunque difficile da capire, tollerare o gestire”.

“La semplificazione terapeutica non è solo comodità”, aggiunge Schoenheit. “È una leva clinica e organizzativa: più una terapia è difficile da gestire, più aumenta il rischio che il paziente la abbandoni o la segua in modo discontinuo”.

Una questione di presa in carico

Il quadro complessivo suggerisce una conclusione chiara: l’aderenza terapeutica non può essere letta solo come responsabilità individuale del paziente. Naturalmente il comportamento del paziente conta. Ma quel comportamento è influenzato dalla qualità della comunicazione, dalla gestione degli effetti collaterali, dalla semplicità dello schema terapeutico, dalla motivazione, dal follow-up, dal ruolo del caregiver e dalla collaborazione tra professionisti.

In questa prospettiva, l’aderenza diventa un indicatore della qualità della presa in carico. Se il paziente abbandona, salta dosi o segue male una terapia, non fallisce solo una prescrizione: si indebolisce l’intera catena tra diagnosi, terapia, relazione e continuità assistenziale. “La survey conferma che l’aderenza terapeutica va letta come indicatore della qualità della presa in carico”, conclude Schoenheit. “Se il percorso è frammentato, anche la terapia rischia di diventare fragile”.

Il punto, in definitiva, non è soltanto far assumere un farmaco. È impedire che, dopo la prescrizione, il paziente resti solo davanti a effetti collaterali, dubbi, schemi complessi, perdita di motivazione e passaggi non presidiati. Perché una terapia prescritta non è ancora una terapia seguita. E una terapia non seguita, per il paziente e per il sistema, rischia di diventare una cura solo sulla carta.



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