È durata poco più di una settimana la storia della possibile fusione tra AstraZeneca e Bristol Myers Squibb; un tempo sufficiente per diventare una delle vicende più clamorose dell’“estate farmaceutica”.
Il 2 agosto il Financial Times ha rivelato che le due società avevano discusso per mesi di una possibile fusione. Un’operazione che, con una capitalizzazione complessiva vicina ai 400 miliardi di dollari, avrebbe dato vita a uno dei più grandi gruppi farmaceutici del mondo. Nei giorni successivi Reuters ha confermato l’esistenza dei colloqui, mentre le due aziende hanno mantenuto il silenzio.
Poi è arrivata la risposta del mercato. Il 3 agosto il titolo AstraZeneca ha perso circa il 9%, registrando la peggior seduta dal 2020. Un segnale difficile da ignorare: gli investitori non sembravano vedere nel progetto di fusione con BMS la grande opportunità industriale che avrebbe dovuto giustificare un’operazione di quelle dimensioni.
La ricostruzione successiva del Financial Times racconta che il board di AstraZeneca avrebbe deciso di abbandonare l’operazione proprio dopo la reazione degli azionisti.
Una fusione difficile da spiegare
Il primo problema sollevato dal Board è stato probabilmente proprio questo: spiegare agli azionisti perché AstraZeneca avesse bisogno di BMS.
A fine luglio AstraZeneca aveva un valore di mercato di circa 264 miliardi di dollari, contro i 133 miliardi di BMS.
La pharma USA avrebbe portato in dote una posizione fortissima nei mercati dell’oncologia e dell’immunologia, oltre a blockbuster come Eliquis e Opdivo, ma anche un importante problema di patent cliff, con una quota significativa dei ricavi esposta alla scadenza dei brevetti a partire dal 2028.
AstraZeneca si sarebbe quindi trovata ad acquisire a premio una società che, contemporaneamente, avrebbe dovuto affrontare un’importante fase di perdita di esclusività dei brevetti.
La pharma anglo-svedese, inoltre, negli ultimi anni ha costruito una pipeline considerata tra le più solide del settore e ha guidato la propria crescita anche attraverso acquisizioni mirate.
La domanda degli investitori – esplicitata nella perdita di 9 punti percentuali nella giornata borsistica del 3 agosto – era semplice: perché ricorrere oggi a una fusione?
Il paradosso della crescita
Il caso è interessante anche perché AstraZeneca ha fissato un obiettivo ambizioso: raggiungere almeno 80 miliardi di dollari di ricavi entro il 2030.
Il management ha ripetutamente sostenuto di poter raggiungere questo traguardo attraverso la crescita della pipeline e con una serie di operazioni mirate. L’ipotesi di fusione con BMS avrebbe quindi potuto cambiare improvvisamente la strategia: dalla crescita organica e dalle acquisizioni selettive a uno storico mega-deal. Un’operazione realmente necessaria?
Sia AstraZeneca sia BMS sono molto attive nel settore dell’oncologia. La sovrapposizione delle attività avrebbe potuto creare sinergie, ma anche duplicazioni e inevitabili problemi di riorganizzazione. Gli analisti hanno inoltre evidenziato il rischio che una fusione di tali dimensioni potesse privilegiare la riduzione dei costi rispetto agli investimenti in ricerca e sviluppo.
La questione americana
Alla base del progetto c’era comunque anche una precisa logica industriale e geografica. Il deal con BMS avrebbe rafforzato ulteriormente la presenza di AstraZeneca negli Stati Uniti, il suo principale mercato. Un elemento tutt’altro che secondario in una fase storica nella quale Washington sta spingendo le big pharma ad aumentare la produzione sul territorio statunitense. Ma anche questa motivazione non è sembrata sufficiente a convincere gli azionisti.
AstraZeneca, tuttavia, è già molto presente negli Stati Uniti e sta investendo per aumentare ulteriormente la propria capacità industriale e commerciale nel Paese nordamericano. Agli azionisti, quindi, non è sembrato convincente pagare centinaia di miliardi per ottenere ciò che la pharma anglo-svedese sta progressivamente costruendo da sola.